Negli anni Sessanta la tutela del patrimonio storico-artistico più vasto dell'umanità, il patrimonio italiano, era affidata a una direzione generale delle "Antichità e Belle Arti" del ministero della Pubblica Istruzione. Soltanto negli anni Settanta s'è capito che per salvaguardare e soprattutto recuperare i nostri beni più preziosi, bisognava istituire un nucleo apposito e specializzato. Ora e ormai il nucleo, che si chiama con cinque maiuscole - "Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale" alla guida del generale Ugo Zottin - ha un'esperienza anche internazionale unica al mondo. Questo e molto altro racconta Ferdinando Musella, il tenente colonnello che comanda proprio il reparto operativo. È lui che da il via - e spesso partecipa alla fine - delle azioni più rilevanti per riportare a casa un dipinto, un vaso, un marmo, un reperto inseguiti magari per anni e ritrovati appena in tempo, un momento prima di essere inghiottiti per sempre nel traffico illecito internazionale. "La criminalità si dedica a certificare con documenti falsi opere vere pur di complicare le nostre ricerche", sottolinea il comandante. Che parla di "modello italiano" per le polizie di tanti Paesi interessati a recuperare i tesori trafugati. E rivela che il grande sogno si chiama Caravaggio, "quella sua opera che...". Ferdinando Musella è nato a Salerno e ha quarantadue anni. Che cosa significa avere il "comando operativo" del recupero del nostro patrimonio artistico? Intanto la fortuna di svolgere un lavoro entusiasmante, che arricchisce ogni giorno, perché si opera in un settore molto particolare, nel quale le conoscenze e i contatti internazionali sono fre-quentissimi. E nel quale si opera utilizzando tecniche investigative che normalmente si usano contro la criminalità organizzata: anche in questo campo esiste una criminalità "specializzata", pur non essendo di stampo mafioso. Io, poi, prima di iniziare quest'attività, mi occupavo di contrasto al crimine organizzato, avendo fatto servizio al Kos -Raggruppamento operativo speciale - e proprio nella sezione anti-crimine di Roma. Ma "operativamente" come si svolge una sua giornata-tipo? Sul mio tavolo di lavoro ogni giorno io trovo il mattinale, ossia la situazione dei furti d'arte avvenuti in Italia nelle ventiquattro ore precedenti. Di solito è un bollettino di sconfitte o meno di quanto si possa immaginare? In media si ruba molto. Dai sette anni che comando questo reparto, ricordo di aver ricevuto una quindicina di mattinali "negativi", nel senso che nelle ventiquattro ore prima non era successo niente. Consideri che questa documentazione è suddivisa in furti presso privati e in furti presso enti pubblici e musei. Poi c'è l'allegato che riguarda i recuperi: e devo dire che anche quella parte, la seconda parte, per fortuna è ricca di notizie ogni giorno. S'arrabbia e si consola: e poi che fa? Io ho una competenza territoriale esclusiva sul Lazio e sull'Abruzzo. Perciò dopo la lettura capisco se devo attivarmi subito su quel che è successo la notte precedente. E inizia contemporaneamente il lavoro delle mie tre sezioni operative da seguire: antiquariato, archeologia e arte contemporanea (quest'ultima comprende molta falsificazione la maggior parte della quale, il settanta per cento per essere precisi, riguarda proprio l'arte contemporanea e l'archeologia) Dunque, sul piano nazionale devo coordinare le attività investigative complesse. Anche partecipando di persona alle fasi finali Perché si ruba, e perché si rubano le nostre bellezze? Si ruba perché c'è un mercato che richiede determinati oggetti. Nell'antiquariato per lo più si tratta di quadri e di mobili. Si ruba molto nelle chiese. E poi c'è tantissimo scavo clandestino. Dovendo fare una gerarchia dei luoghi più esposti: dove si rischia di più? Nelle chiese, indubbiamente. Al secondo posto metterei i furti presso privati. Al terzo gli scavi clandestini, di cui non abbiamo, purtroppo, contezza precisa. Noi ci accorgiamo dell'estensione del fenomeno in base ai sequestri che facciamo. È un fenomeno che naturalmente non contempla la denuncia, e quindi è difficile indicarlo nelle statistiche, Però abbiamo un'idea piuttosto chiara grazie a quello che recuperiamo in Italia e nel mondo. I traffici quali direzioni internazionali prendono? Dipende. La rotta dell'illecito internazionale per l'archeologia prevede il passaggio obbligato dei reperti in Svizzera, perché lì c'è il mercato più grande, ci sono le grandi gallerie e le basi dei trafficanti anche italiani. In Svizzera si "ripuliscono" i beni, nel senso che si crea una falsa documentazione di provenienza in maniera tale da rilegittimarli per poterli così inserire nel circuito legale. E venderli a collezionisti e a musei. La parte più difficile del nostro lavoro è proprio quella di riuscire a dimostrare la falsità della documentazione di provenienza. E come fate? Lo facciamo sia attraverso la classica attività di polizia giudiziaria e informativa, sia attraverso l'aiuto delle sovrintendenze. Il loro sostegno è molto importante. Direi che il nostro punto di forza è l'essere inseriti all'interno del ministero dei Beni culturali, perché ci consente di poter essere carabinieri al cento per cento e allo stesso tempo di poter utilizzare le professionalità e le conoscenze scientifiche delle strutture competenti: archeologi, funzionari, sovrintendenti e così via. Che cosa rischia il ladro acciuffato? È vero che la legislazione è piuttosto permissiva? Piuttosto. Il reato più grave è l'esportazione clandestina, che prevede una pena massima di quattro anni. Ma ha un annesso molto importante: se si riesce a intercettare il bene e a provarne l'illecita uscita dal territorio nazionale, si può confiscare il bene, Questo è il vero danno che si crea al criminale. Bisogna tener presente che gli oggetti d'arte o i reperti archeologici che escono dal nostro Paese per essere destinati al mercato internazionale, rappresentano il meglio di quanto venga rubato in Italia. Infatti il lavoro svolto all'estero è quello più significativo dal punto di vista qualitativo. Sul mercato estero il "pezzo italiano" ha sempre un valore inestimabile: riesce a essere venduto meglio e ci si guadagna di più. Dove ha svolto la sua ultima missione, e per cercare che cosa? In realtà sono appena rientrato dal Cile, dove non sono andato per questioni di polizia giudiziaria, ma per partecipare a un seminario organizzato dall'Interpol e dalla polizia investigativa cilena sulle tecniche per recuperare i beni culturali. I cileni hanno problemi di furto non solo presso privati e nelle chiese, ma soprattutto in campo archeologico. Tutto il Nord del Paese, territorio che faceva parte dell'impero degli Incas, è esposto al traffico che affligge l'intero Sud America, e che riguarda reperti molto apprezzati dai collezionisti in Nord America. L'esperienza italiana di recupero può diventare un modello da seguire sul piano internazionale? In realtà il modello italiano fa scuola da tempo, e non soltanto in Cile e nell'intero Mercosur, l'area di libero scambio nell'America meridionale. Forse è naturale che sia così. Noi siamo la forza specializzata che è nata per prima nel mondo, nel lontano 3 maggio 1969. Una forza che oggi può contare su trecento carabinieri a tutela di un patrimonio nazionale che, secondo i dati dell'Unesco, rappresenta il sessanta per cento del patrimonio storico-artistico mondiale. Mi piace ripetere una frase del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: "L'Italia è la potenza culturale più grande del mondo". Quando mi chiamano all'estero per raccontare la nostra esperienza, lo ricordo sempre. D'altronde, il nostro reparto è molto conosciuto. In tutti i Continenti chiedono il nostro consiglio. Il vostro ruolo in Iraq, per esempio, ha riguardato di più Baghdad oppure Nassiriya? Due nostri ufficiali hanno lavorato al museo della capitale. Lì gli italiani sono gli unici rappresentanti non americani del governo provvisorio iracheno con la responsabilità del dicastero della cultura. A Nassiriya, nell'ambito della missione "Antica Babilonia", la nostra attività ha portato a concreti e grandi risultati. Questa squadra di carabinieri capitanata, appunto, da militari di tutela del patrimonio culturale, a oggi è riuscita a trarre in arresto quarantasei tombaroli che operavano sui siti archeologici iracheni, ne hanno identificati altri novantaquattro e hanno recuperato trecentodue pezzi archeologici. Inoltre sono state fatte una novantina di "ricognizioni" aeree e terrestri, che hanno consentito di recensire ben settanta siti archeologici in piena collaborazione con quello che è rimasto della sovrintendenza locale. Tutti questi reperti sono stati catalogati e consegnati al museo di Nassiriya. Ma in campo internazionale c'è collaborazione per restituire all'Italia ciò che l'Italia riesce a individuare fuori dai suoi confini? Sì. Devo dire che nel tempo questa nostra lunga esperienza a livello internazionale ha determinato ottimi contatti con i colleghi di tanti Paesi. Lavoriamo molto bene con la dogana americana, talvolta con la stessa Fbi. Ma anche con Scotland Yard, che ha una squadretta di quattrocinque elementi specializzati in questi reati. Lo stesso potrei dire dei francesi e degli spagnoli, coi quali in questo momento abbiamo un'importante attività in corso. Quest'ultimi hanno un piccolo nucleo di polizia - la "Brigada de Patrimonio Historico" -, ma pure la "Guardia Civil" collabora molto bene con noi. Qual è il "colpo" che sogna di poter un giorno segnare, il colpo della vita? Il sogno nel cassetto di ogni investigatore del Patrimonio Culturale è il recupero della Natività del Caravaggio rubata nel '69 a Palermo. Ne abbiamo ricostruito in parte i vari passaggi. È un'opera che è entrata nella disponibilità di "Cosa Nostra", e abbiamo seguito molto bene e documentato le tracce fino all'81 con certezza. Speriamo sempre di riuscire a recuperarla. Consideri che un'opera di Caravaggio come quella è probabilmente, anzi, sicuramente la più importante di proprietà pubblica mai sottratta al patrimonio della Nazione.
Secolo d'Italia
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