Un diavoletto maligno sembra aver convinto il ministro Bondi che sia necessario, per gestire al meglio qualcosa, non avere di essa la minima competenza. Di qui la scelta di affidare la nuova direzione alla valorizzazione del patrimonio ad «un manager di chiara fama come Mario Resca»: per poi rammaricarsi che Salvatore Settis esprima il suo dissenso, per giunta «sulla stampa di opposizione». Del resto, trattare i Beni culturali come un problema di marketing, da promuovere come si fa con gli hamburger, fa il pari con il considerare l'archeologia come un affare da protezione civile: un cataclisma da affidare al maggior esperto delle calamità naturali e umane: come dire, da Chiaiano ai Fori imperiali. Perché questa scorciatoia non può funzionare per i Beni culturali? Perchè in questo campo lo stimolo alla fruizione non nasce da operazioni di marketing, o comunque non si esaurisce del tutto in esse, bensì dalla capacità di penetrare a fondo il significato storico- culturale di ciò che deve essere valorizzato: il prodotto consiste nella diffusione di conoscenza attraverso la conservazione di un patrimonio immenso quanto fragilissimo, la cui sopravvivenza passa attraverso la protezione del paesaggio in cui si inserisce. Un esercizio faticoso, talora ingrato, ma che non ammette scorciatoie. Dalla forza di questo enunciato lapalissiano scaturì in Giovanni Spadolini il convincimento che fosse necessario creare per i Beni culturali un ministero sui generis, nel quale non esistessero tra i tecnici e le cose da tutelare intermediazioni obbligate di carattere amministrativo: tutto il potere, o meglio tutta la responsabilità nelle mani del tecnici, ai quali incombeva l'onere di pianificare il rilancio e la valorizzazione «di un patrimonio unico al mondo», come ripetono i nostri politici con vacuo compiacimento autoassolutorio. Che cosa è mancato? O meglio che cosa ha remato contro? La velleità tutta italiana di celebrare le nozze con i fichi secchi, tagliando i fondi e moltiplicando commissari e «figure nuove, con specifiche competenze manageriali », in grado addirittura «di leggere un bilancio, stilare un programma finanziario, elaborare un piano costi-benefici». L'organico dei funzionari, archeologi, storici dell'arte, architetti, archivisti, bibliotecari, si è andato immiserendo di giorno in giorno senza che si facesse alcuno sforzo per integrare le pur stitiche piante organiche predisposte a suo tempo. Ci si è riempiti la bocca di geremiadi sulla decadenza di Pompei, o dei Fori romani, facendo finta di non sentire le banalissime considerazioni dei nostri soprintendenti, tra i più qualificati tecnici del mestiere, come dimostra il caso di Guzzo a Pompei: senza tecnici, senza custodi, senza idonei stanziamenti destinati alla manutenzione ordinaria e straordinaria, senza i necessari supporti tecnologici, nessun supermanager di MacDonalds sarebbe in grado di assicurare una tenuta decente dei nostri immensi parchi archeologici. Eppure questa tenuta è stata assicurata, e non in modo passivo: Pompei ha conosciuto una stagione di studi e ricerche senza precedenti, e l'accumulo di sapere è cresciuto con progressione geometrica: e questo grazie ai «lavori senza gloria» dei nostri funzionari di Soprintendenza, e non certo per merito di chi favoleggiava della realtà storica di Romolo. Si poteva, con la gestione ordinaria, salvaguardare i nostri parchi archeologici? Certo che sì: lo dimostra l'esempio di Ercolano, una operazione discreta condotta in riserbo ammirevole dalla Soprintendenza Archeologica. Che cosa occorreva? Non certo un commissario straordinario, ma competenza, costanza e disponibilità di risorse adeguate. A che serve allora un commissario? Chiedetelo a chi confonde l'efficienza con l'autoritarismo, la valorizzazione con la mercificazione: ha visto il ministro Bondi la Mostra su Ercolano? No? Fa ancora in tempo a vederla, al Museo Nazionale di Napoli, proprio in quello che viene indicato come un luogo di sfascio e di abbandono. Forse gli servirebbe ad imparare il rispetto di chi sa lavorare senza risorse, senza riflettori, e quel che è peggio senza il supporto del proprio ministero. Università L'Orientale Università di Salerno