Anche nel nostro tempo è possibile scegliere fra due opposti usi del «classico»: quello che lo ironizza come un immobile sistema di valori e quello che vi cerca la varietà e la complessità dell'esperienza storica. Il primo dei due usi del «classico» (il più frequente) può accettare agevolmente, anzi incoraggiare, il continuo regresso degli studi classici nei percorsi formativi, perché si accontenta di poco (le icone si riveriscono, non si esplorano); il secondo richiede invece di interrogarsi a fondo sul possibile significato e futuro del «classico» nella scuola, nell'università, nella cultura condivisa dai cittadini. Se l'uso dominante del «classico» dovesse essere il primo dei due appena menzionati, ogni ipotesi sul futuro del «classico» e degli studi classici perderebbe senso. Ma a quell'immagine del «classico» come qualcosa di perpetuamente uguale a se stesso (e a noi), che «appartiene all'Occidente» e solo ad esso, c'è per fortuna un'alternativa assai attraente. In un saggio brevissimo (Les trois humanismes, 1956) Claude Levi-Strauss ha suggerito che la riscoperta dell' antichità «classica» nel Rinascimento può esser vista come «una prima forma di etnologia», poiché allora «si riconobbe che nessuna civiltà può pensare se stessa, se non dispone di altre società che servano da termine di comparazione» : la rinnovata presenza dell'antico introdusse così «la tecnica dello straniamento» come esercizio intellettuale, innescando una rivoluzione culturale di enorme portata, le cui conseguenze giungono fino a noi, anzi non si sono ancora interamente dispiegate. Secondo Levi-Strauss, anzi, il sorgere dell'etnologia non segnò che un'estensione del primo umanesimo: allo studio degli Antichi (un «altrove» più nel tempo che nello spazio), seguì, per naturale evoluzione, quello delle civiltà extraeuropee (un «altrove» più nello spazio che nel tempo). Dei tre umanesimi di Levi-Strauss, il primo ebbe dunque per oggetto di studio (o dello straniamento) l'antichità greco-romana; il secondo le grandi civiltà orientali, dall'India alla Cina al Giappone; il terzo le culture un tempo dette «primitive», quelle «senza storia» dei Naturvolker (popoli allo stato di natura). In questa sintesi folgorante, Levi-Strauss ci propone di riconsiderare il confronto con gli Antichi come una forma di antropologia latente. Il suo modello interpretativo s'impernia sul Rinascimento dell'antichità, e dunque incrocia, anzi ingloba, il tema perenne del «classico» che muore e risorge: insomma, si presenta come una nuova versione, declinata in senso antropologico, della diagnosi di Howald sulla ricorrente rinascita del «classico» come forma ritmica della storia culturale europea. Ma nella versione di Levi-Strauss, la riscoperta del «classico» (greco-romano) non è associata a un sistema stabile di valori occidentali da contrapporre agli «altri» ; al contrario, essa è messa in serie con la riscoperta delle culture «altre», in un crescendo che parte proprio dal «classico», ma per estendersi necessariamente a tutte le civiltà. In questa visione, i due poli su cui abbiamo sopra insistito, identità e alterità, risultano fortemente dislocati: esse possono anzi convivere, poiché sia l'ima che l'altra è ormai possibile (e più lo sarà nel futuro), sia che pensiamo ai Greci, sia che pensiamo ai Cinesi, ai Maya, alla civiltà africana di Ife. La domanda di Arnaldo Momigliano da cui siamo partiti ne riceverebbe una risposta nuova: vale la pena di studiare il «classico» greco-romano precisamente nella spola fra identità e alterità, e cioè sia perché lo sentiamo «nostro», sia perché lo riconosciamo «diverso» da noi; sic in quanto esso è intrinseco alla cultura occidentale e indispensabile a intenderla, sia in quanto ci apre la porta a studiare e comprendere le culture «altre»; sia perché serbatoio di valori in cui possiamo ancora riconoscerei; sia per quello che esso ha di irrimediabilmente estraneo.Se questo è vero, una nuova fondazione degli studi classici in un contesto «globale» dovrebbe non solo contestare l'immagine vulgata e stantia del «classico» come valore atemporale, ma anche proporre una visione del «classico» proiettata nel futuro, ed elaborare alcuni principi ispiratori di un nuovo statuto degli studi classici in un contesto culturale soggetto a mutazioni tanto radicali come quelle a cui andiamo assistendo. Per poterlo fare, tuttavia, sarà necessario partire da una concezione unitaria delle «scienze dell'antichità», e dunque contrastare l'eccessiva segmentazione interna alle discipline classicistiche, una frammentazione di intenti e di obiettivi che impedisce spesso di riconoscere la progressiva marginalizzazione degli studi «classici» nel mondo contemporaneo, e dunque di ricomporre in un nuovo progetto la funzione e i destini del «classico». Su questa strada, possiamo provare a indicare tre principali indirizzi, nessuno dei quali autosufficiente, ma anzi tutti da intendersi in stretta interazione fra loro. In primo luogo, il «classico» dovrebbe essere considerato come piattaforma d'origine delle culture vernacole dell'Europa moderna, ma con piena coscienza di quel suo iterato morire e rinascere, della sua funzione essenziale nel dare alla storia culturale europea la sua tipica e unica «forma ritmica». In secondo luogo, l'età «classica» greco-romana potrebbe essere vista come un gigantesco esperimento di globalizzazione economico-culturale, che culmina nei secoli centrali dell'impero romano e della quale abbiamo il vantaggio di conoscere non solo il momento di formazione, ma anche i meccanismi e i tempi del finale collasso. Lo stesso confronto, oggi assai insistente specialmente negli Stati Uniti, fra impero romano e impero americano mostra quanto pressante sia la necessità di esplorare paralleli e di indicare precedenti, non solo nella retorica imperialisti-ca ma anche nelle ansie della crisi e della disgregazione delle società complesse di ieri e di oggi. La storia culturale dell'età «classica» può anzi essere (sempre con l'occhio rivolto al presente) il luogo privilegiato di analisi del confronto fra culture, sia perché si presta all'esplorazione dei debiti reciproci fra le culture antiche (per esempio Mesopotamia, Egitto, Grecia; o ancora Etruschi, Romani, Galli, Britanni), sia perché quegli antichi interscambi culturali ci riguardano da vicino, in quanto da essi (e non da un'immacolata «classicità) esclusivamente greco-romana) nascono le culture d'Europa; in quanto, cioè, ci fanno essere quello che oggi siamo. In terzo luogo, il «classico» puc e deve essere la chiave d'accesso un ancor più vasto confronto con le culture «altre» in un senso autenticamente «globale». Queste deve valere non solo nel senso indicato da Lévi-Strauss, ma anche per altre ragioni; per esempio, perché altre culture, e non sole quella occidentale, sono impregnate di testi, immagini, pensieri che hanno a che fare con le civiltà «classiche» (è questo il caso, per esempio, della filosofia e della scienza arabe o dell'arte e della matematica indiane); ancora, perché, proprio in un contesto «globale», è necessario esplorare i tempi lunghi della storia di tutte le culture, privilegiando i momenti di formazione e di interscambio (dunque, fra gli altri, l'età «classica»); e ancora, perché le forme di egemonia culturale, di acculturazione e di «globalizzazione» del mondo greco-romano possono essere un buon modello di riferimento per intendere, anche se si svolgono su scala ancor più vasta, analoghi processi del mondo contemporaneo. [...] Il «classico» potrebbe a buon diritto essere ancora oggetto di attenzione e di studio, e avrebbe senso riproporlo, anche nella scuola, non più come immobile e privilegiato gergo delle élite, ma come efficace chiave d'accesso alla molteplicità delle culture del mondo contemporaneo, come aiuto a intendere il loro processo di mutuo interpenetrarsi. Il «classico», piuttosto che modello immutabile, ridiventerebbe quello che altre volte è stato, lo stimolo a un serrato confronto non solo fra Antichi e moderni, ma anche fra le culture «nostre» e le «altre» : un confronto sempre giocato in funzione del presente, e sempre come lo scontro, a volte assai aspro, fra opposte interpretazioni non solo del passato, ma del futuro. Perché quella perpetua invocazione e ridefinizione del «classico» null'altro è stata ed è che un incessante ricercare i nostri antenati, che per definizione sono lontani da noi e per definizione ci appartengono; che ci hanno generato e che noi generiamo e ri-generiamo ogni volta che li evochiamo nel presente e per il presente. Quanto più sapremo guardare al «classico» non come una morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di profondamente sorprendente ed estraneo, da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo a intendere il «diverso», tanto più da dirci esso avrà nel futuro. Anche il «classico», saremmo tentati di dire, ha perso e sta perdendo molte battaglie . Non però la guerra.