La gran parte della gente che varca il portone dingresso dei Musei Vaticani è mossa da un solo impulso: visitare la Cappella Sistina. E Michelangelo lattrazione fatale, loggetto del desiderio. Nei ritmi implacabili del viaggio organizzato (unora e mezza al massimo il percorso del museo, poi ci sarà ancora tempo per scendere in Basilica e poi ancora per visitare, prima della pausa pranzo, il Colosseo e i Fori) la gente riesce a malapena a capire la sterminata vastità, la sfaccettata pluralità delle collezioni che stanno allombra della cupola di San Pietro. Sfilano davanti agli occhi degli inconsapevoli visitatori foreste infinite di statue archeologiche, affreschi, mosaici, tarsie di marmi policromi, Raffaello nelle Stanze e Guercino e Caravaggio in Pinacoteca, le mummie egiziane e i bronzi etruschi, i dipinti di Rouault e le piroghe rituali della Papuasia, i sarcofagi paleocristiani e gli affreschi del Beato Angelico nella Cappella Nicolina. Ma la Sistina, mostro mediatico di internazionale seduzione, acceca tutto il resto. E come una luce troppo forte che ti impedisce di vedere quello che ti sta intorno. Perché il proprio dei Musei Vaticani, il loro vero carattere distintivo, è tutto quello che sta prima dopo e intorno la Cappella Sistina. E linsieme sterminato e affascinante di cose e quindi di civiltà, di saperi, di mestieri, di talenti, che i papi di Roma hanno accumulato nei secoli. In questo senso i Musei Vaticani sono i Musei identitari della Chiesa Cattolica, ne rappresentano la cultura, ne certiticano lideologia. I Musei del Papa si nominano al plurale perché comprendono settori molteplici e diversi (dal Gregoriano Etrusco allEgizio, dallarte moderna e contemporanea allEtnografico Missionario, dalle carrozze pontificie ai vetri dorati e agli argenti tardo antichi della Biblioteca Apostolica, dai mosaici imperiali ai Poussin e ai Guido Reni della Pinacoteca) tutti però trasmettono e plasticamente rappresentano lidea di fondo sulla quale si sostiene il mecenatismo due volte millenario dei romani pontefici. Lidea è quella della attenzione, della curiosità, del rispetto della Chiesa Cattolica per le culture degli uomini, per lhomo faber che è immagine di Dio creatore, quando scolpisce il Laocoonte e quando confeziona gli apparati tribali degli indiani dAmerica. Il mondo che ci circonda con la sua infinita variegata continuamente mutante bellezza non è un inganno diabolico, ma una manifestazione (una epifania) dellAltissimo. La bellezza del mondo è lombra di Dio sulla terra. Così ha pensato e così ha dimostrato nei secoli la Chiesa di Roma. Ed ecco la notte di luna descritta da Raffaello nella Liberazione di San Pietro alle Stanze o il tramonto che si spegne come un fuoco sommesso nello sfondo dellincontro di Papa Leone con Attila. Ecco lanatomia umana che Michelangelo declina in tutte le sue forme alla Sistina. Ecco i capolavori di pittura che popolano la Pinacoteca, moltiplicandosi come in un gioco degli specchi nelle volte e lungo le pareti affrescate. Queste cose ed altre ancora per esempio lattenzione della Chiesa per le culture extraeuropee, il dialogo difficile ma mai interrotto con larte moderna e contemporanea) dovrebbe intendere il visitatore che attraversa i Musei Vaticani. Dovrebbe capire che le collezioni dei Papi si collocano allinterno di un progetto grandioso. Un progetto che, attraverso una ininterrotta sequela di secoli, ha il suo fondamento e la sua ragione lessere nella missione affidata a Pietro e ai suoi successori: cristianizzare il mondo. Se il visitatore anche di poche ore arriva a capire questo, allora il suo percorso dei Musei Vaticani non sarà stato inutile. Può la bellezza che ho cercato di descrivere e che abita i Musei Vaticani (così come abita gli Uffizi, Brera, gli scavi di Ercolano e di Pompei, le chiese, i palazzi e le piazze dItalia) diventare promotore di sviluppo, moltiplicatore di ricchezza, essere "nostro petrolio" come si diceva una volta con una orrenda metafora estrattiva? Certo che può. Ma sarebbe ingenuo e sbagliato ridurre la fruttuosità dei musei e del patrimonio artistico in generale, a una questione di pura meccanica redditività economica. Non si misura in biglietti venduti, in ristoranti affollati e in alberghi pieni la resa economica del Patrimonio. Non è così che funziona il sistema della artisticità italiana. Se il nostro paese è considerato agli occhi del mondo la "camera con vista" sul miracolo di arte vista e natura ammirevolmente coniugate, allora il profitto andrà ricercato nellimmateriale incommensurabile plusvalore che quella immagine riverbera sul "fare" italiano. Voglio dire che dietro il prestigio di una automobile o di una sottana, di una lampada da tavolo odi una bottiglia di vino prodotti nel Bel Paese, ci sono Botticelli e le Colline del Chianti, i palazzi sul Canal Grande e Tiziano, Antonello da Messina e le rocce di Taormina, la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze e i Caravaggio di San Luigi dei Francesi a Roma. Naturalmente questo tipo di profitto non è quantificabile in termini economici. Così come non è quantificabile il debito, in misura di qualità manifatturiera e quindi di successo economico, che i nostri industriali, i nostri artigiani, i nostri stilisti hanno nei confronti della bellezza che da sempre li circonda e che è entrata per via osmotica nel loro gusto, nella loro sensibilità estetica. Lartisticità italiana è moda e design, meccanica fine e arredo domestico, agroalimentare e gastronomia, turismo e "dolce vita". Non si riflette mai abbastanza sulla fruttuosa contiguità che si è stabilita, agli occhi del mondo, fra la storia artistica e la percezione estetica del nostro paese e dunque la riconoscibilità e lapprezzamento del "made in Italy". A cosa servono i musei? A cosa servono le collezioni sterminate come quelle dei Vaticani ma anche come le tante piccole affascinanti e spesso incognite che innervano come una rete doro le cento città? Servono a trasformare le plebi in cittadini, a incivilire il popolo, si diceva nellOttocento liberale e positivista. Servo no a dare alla gente lorgoglio della patria, a cementare lidentità di nazione, a stimolare creatività e talen-to, si è detto nel secolo scorso. Oggi diciamo: i musei servono a tutte queste cose ma servono anche a dare riconoscibilità e carattere ai nostri prodotti e quindi a permetterci di vivere, o almeno di sopravvivere con riconoscibile specificità, nel mercato globale. direttore dei Musei Vaticani idee Larte può essere il «petrolio» del Belpaese? Sì, mai beni culturali non sono soltanto patrimonio economico, rappresentano anche le basi su cui si è retta lidentità italiana 11 «made in Italy» non ci sarebbe senza Botticelli, Brunelleschi, Caravaggio e gli altri geni dellarte. Ma dobbiamo imparare a dar loro il giusto valore I problemi delle Muse «Musei oggi: nodelli, prospettive, problemi» è un ciclo di conferenze preorganizzate dallUniversità Cattolica di Milano, comprendere le nuove sfide affrontate da quattro dei più grandi complessi museali italiani. Oggi, allAula Pio XI, alle ore I5,30,Antonio Paolucci (foto in alto), direttore dei Musei Vaticani, affronterà anche la questione del sistema museale italiano e della necessità di riscoprire il valore di un patrimonio che non è soltanto economico o turistico (in questa pagina anticipiamo il suo intervento). Di seguito, parlerà Giandomenico Romanelli, direttore della Fondazione dei Musei civici di Venezia,. II 23 aprile sarà la volta di Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi, e il 14 maggio di Paolo Biscottini, direttore del Museo Diocesano di Milano.
Avvenire
26 Febbraio 2009
✓ Entità verificate
Musei, loro nero della bellezza
AN
Antonio Paolucci
Avvenire
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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