GIUSTO 30 anni fa, una mostra sanciva lo storico scavo, ad Ansedonia, della villa di Settefinestre (40 a.C. - fine Il sec. d.C.); firmavano Schiavi e padroni nellEtruria romana Salvatore Settis e Andrea Carandini, i maggiori archeologi italiani, allora quasi due Dioscuri, con locchio attento a sinistra. Ieri, Settis si è dimesso dalla Presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali, non condividendo molto delloperato del ministro Sandro Bondi, e Carandini lha subito sostituito. Con Settis se ne va anche Andrea Emiliani, a lungo soprintendente a Bologna; Andreina Ricci e Walter Santagata, esperti di peso anchessi nominati dal precedente ministro Francesco Rutelli, hanno espresso un intento analogo. Alle dimissioni è seguita la solidarietà unanime del Consiglio, e infinite sono le polemiche. Settis rifiuta di commentare la nomina di Carandini. Se nè andato criticando i gravi "tagli" di bilancio accettati dal ministro (un miliardo di euro in tre anni: ridotte del 95 per cento le spese di funzionamento di musei e uffici); la nomina di Mario Resca, manager senza profili culturali, al vertice dei musei; il commissariamento dellarcheologia di Roma, dopo quella di Pompei; e la reprimenda del ministro per non aver taciuto il dissenso («azione doverosa», per il Consiglio stesso). Per Bondi e il sottosegretario Francesco Giro, la sua posizione è «ideologica»; certo, lo dicono le loro più recenti posizioni, non vedevano lora di liberarsi della scomoda voce del Direttore della Scuola Normale di Pisa. Carandini, docente dal 1980 e dal92 alla Sapienza, è invece tra i rarissimi "tecnici" a non protestare per laffidamento delle antichità di Roma al sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso. Sullo sfondo, è palese il desiderio, già ventilato dal Sindaco Alemanno, di giungere a ununicità di competenze, tra Stato e Comune, sui Fori e non soltanto. Critici i sindacati, le associazioni protezioniste, il Pd («fallimento per Bondi»); Settis parla di «motivazioni non ideologiche, ma istituzionali»; di «situazione assai grave», e simpegna «a continuare la battaglia da cittadino»; «il ministro rifiuta il dialogo, e non posso essere connivente con le sue idee, con la crescente delegittimazione delle soprintendenze e delle competenze specifiche; si è avviato un procedimento distruttivo, anche perché la mancanza di personale mette in pericolo la tutela: sette archeologi su un organico di 23 dirigenti nel 2010». Per i Beni culturali è giunta forse lora dell"ultima spiaggia". Le risorse del ministero sono tornate al livello degli oscuri anni 80: lo 0,28 per cento del bilancio statale, un quinto di quanto stanziano molti altri Paesi, con un patrimonio nemmeno alla lontana paragonabile al nostro; e sempre più diffusa è la voglia, intanto, di "fare cassetta" con i beni culturali. Carandini dice che «bisogna creare un sistema», e che Roma «è un caso emblematico delle situazioni non risolte».