Uno, per essere sicuro che il messaggio arrivasse in tempo per la riunione romana di ieri pomeriggio, aveva mandato le sue dimissioni (via fax) già l'altra sera. L'altro, invece, di abbandonare la nave, anche se guidata da un criticatissimo timoniere, non ha proprio alcuna intenzione: combatterà la sua «battaglia» da dentro. Andrea Emiliani versus Giuseppe Sassatelli, se di scontro frontale si può parlare. Di fatto gli unici due bolognesi seduti nel Consiglio superiore dei Beni culturali, il «parlamentino » del dicastero che per legge deve obbligatoriamente esprimersi sui programmi nazionali per i beni culturali e paesaggistici, oltre che sugli accordi internazionali, hanno preso strade diverse. E alla bufera che negli ultimi giorni si è abbattuta sul ministero guidato Sandro Bondi ( foto nel tondo), che ha ricevuto le dimissioni di Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore, hanno reagito in maniera completamente diversa. Uno saluta e se ne va scocciato, l'altro preferisce non indignarsi e restare seduto nel parlamentino a dire la sua. Una diversità di vedute che nasce anche dalle differenti modalità di nomina dei due bolognesi. Andrea Emiliani, ex Soprintendente ai Beni artistici e storici di Bologna e Accademico dei Lincei, è uno dei membri del Consiglio designati direttamente dal ministro. Nel suo caso lo chiamò Rutelli tre anni fa. Giuseppe Sassatelli, archeologo ex preside della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna, adesso candidato rettore dell'Alma Mater, fa invece parte del gruppo dei presidenti dei comitati ministeriali designati dal Consiglio universitario nazionale, il Cun. Una nomina tecnica, quindi, non politica. Che spiega già molto la scelta dei due bolognesi. Emiliani se ne è andato sbattendo la porta. «Martedì pomeriggio spiega ho mandato la lettera via fax al ministero, non avevo alcuna intenzione di aspettare la riunione a Roma (ieri pomeriggio, ndr). Dopo tre anni con Rutelli, l'arrivo di Bondi ha segnato la trasformazione dei Beni culturali in una serie di azioni private: non abbiamo mai avuto la minima sensazione che uno dei nostri giudizi avesse in qualche modo accesso all'opinione del ministro». Come a dire: quello che diciamo non ha più nessun valore. Non usa mezzi termini, Emiliani. E la voce tradisce una stanchezza che non gli permette più di lottare, nonostante le sue idee si scontrino (continuamente) con quelle del vertice del ministero. «Si sta facendo dice una politica improvvisa e sgangherata». E, come prevedibile, tira in ballo il caso-Resca. L'ex manager della Mc Donald's, nominato da Bondi consigliere con la prospettiva di collocarlo al vertice della futura direzione generale per la Valorizzazione, è andato di traverso a molti, Emiliani compreso. Che intravede nelle scelte di Bondi e del suo entourage una tendenza «alla privatizzazione perversa». Quindi: «Non voglio essere corresponsabile della rovina dei Beni culturali, per non subire l'offesa saluto tutti, troveranno qualcun altro». Giuseppe Sassatelli, adesso candidato rettore, invece non molla. Anche perché lui, a differenza di Emiliani, nel Consiglio superiore rappresenta l'università. «Bisogna cercare di mantenersi lucidi dice : non è da adesso che accadono queste cose, serve una riflessione pacata, tranquilla, non troppo personalizzata », manda a dire ai colleghi dimissionari. Per lui, che nel «parlamentino» dei Beni culturali rappresenta gli archeologi, «non ci sono le condizioni per dare le dimissioni ». E non sarebbe una mossa strategicamente utile al mondo accademico: «La comunità scientifica universitaria è spesso dimenticata dal nostro ministero: il mio è un compito a cui non è possibile con leggerezza». Meglio stare seduti lì e far sentire le proprie ragioni. «La testimonianza delle dimissioni continua è meno forte della testimonianza di una seria discussione interna sul rapporto tra politica e cultura». Poi, tentando di spiegarsi meglio, usa le stesse parole che ha usato Bondi l'altro giorno: «L'ideologia non serve in questi casi e va evitata l'eccessiva spettacolarizzazione di cose che vanno invece discusse concretamente».