La tecnica pittorica dell'affresco è tra le più antiche, sebbene è con il Rinascimento che conosce la più ampia diffusione. La caratteristica principale è che il colore, appena adagiato sull'intonaco ancora fresco, viene chimicamente incorporato, conservandosi per secoli. Ora, uno studio, al quale ha contribuito in misura determinante il Dipartimento di chimica organica e biochimica dell'università Federico II di Napoli, in collaborazione con le università di Perugia e di Pisa, è riuscito a stabilire quali sostanze furono impiegate da Giotto e da Cimabue sulla volta della basilica superiore di San Francesco ad Assisi, poi crollata a causa del terremoto del '97, prima di decorarla. Gli studiosi hanno rinvenuto tracce di latte di mucca sul muro da affrescare. È la prima volta (finora non si conoscono pubblicazioni che danno notizia di analoghi risultati) che si è giunti ad un riscontro scientifico così rilevante, destinato ad aprire prospettive nuove di orientamento per gli storici dell'arte e di recupero per le attività di restauro. «La tecnica che abbiamo impiegato», spiega il professore Pietro Pucci, che ha guidato il team di ricercatori della Federico II, «non è invasiva, ma è sostenuta da metodiche avanzate per l'analisi delle proteine». Il risultato, in via di pubblicazione, è stato anticipato parzialmente ieri a Roma, nel seminario sull'evoluzione biologica organizzato dall'Accademia dei Lincei. Professore Pucci, da quanto tempo siete impegnati sulla identificazione delle proteine lasciate da Giotto sulla parete della volta di Assisi? «Siamo stati coinvolti nel progetto di ricerca circa un anno fa. Ed il nostro impegno è venuto fuori quasi per via collaterale: di solito ci occupiamo di proteomica per la descrizione dei sistemi biologici, vale a dire di identificazione sistematica di proteine nella loro caratterizzazione rispetto a struttura, funzione, attività, quantità e interazioni molecolari. Così, abbiamo pensato che le nostre ricerche potessero essere impiegate anche per la definizione delle proteine e delle sostanze animali o vegetali usate nell'arte pittorica». Solo nell'arte pittorica? «In verità, abbiamo applicato le nostre conoscenze anche per l'identificazione delle sostanze contenute, ad esempio, in anfore antiche, per risalire, a distanza di secoli, all'alimento che contenevano: si trattasse di vino, olio o cibo». Fino a quale epoca si riesce a risalire? «È stata già pubblicata la ricerca su un reperto risalente al 1200 avanti Cristo, un contenitore che presentava tracce di proteine di pesce. Mentre sugli affreschi non si conosce nulla di simile nella letteratura scientifica. Anche se le proteine, col tempo, si modificano, la cosa importante per eseguire i nostri esami è la quantità: avere un reperto piuttosto ricco di tracce, poiché le tecniche hanno una loro sensibilità. Giusto per chiarire: i nostri colleghi che studiano il Dna hanno bisogno di materiale meno esteso di quanto, invece, necessita ai nostri studi». Quali ricostruzioni siete riusciti a elaborare oltre al latte bovino usato da Giotto per gli affreschi di Assisi? «Oltre al latte, estratti d'aglio o di uova e la cosiddetta colla di pesce: sostanze che venivano utilizzate per incollare le sottilissime sfoglie d'oro per le aureole o per legare i colori. Riusciamo persino a distinguere, per fare un ulteriore esempio, se si tratta di latte bovino od ovino». Parliamo della tecnica usata: lei dice non invasiva. Perché? «Perché non usiamo reagenti chimici. Non abbiamo necessità di estrarre lembi. Insomma, immergiamo il reperto in una soluzione acquosa basata su enzimi, dei catalizzatori biologici, e quindi passiamo all'analisi attraverso la spettrometria di massa: una tecnica analitica applicata sia all'identificazione di sostanze sconosciute, sia all'analisi in tracce di sostanze. Ma non posso dire di più: stiamo ancora nella fase di trascrizione dei risultati ». Quando pensate di poter giungere alla pubblicazione dello studio? «Entro l'anno. Ma crediamo che il vero valore della nostra ricerca sarà legato alle nuove prospettive che si apriranno nella storia dell'arte e a favore di nuove tecniche di restauro per affreschi. Poi, speriamo di passare anche alle tele, come già avviato da qualche tempo dai laboratori del Louvre».
Giotto Ricerca della Federico II: per gli affreschi di Assisi il maestro usò latte di mucca
Un team di ricercatori dell'università Federico II di Napoli, in collaborazione con le università di Perugia e di Pisa, ha condotto uno studio per identificare le sostanze utilizzate da Giotto e da Cimabue per decorare la volta della basilica superiore di San Francesco ad Assisi. Gli studiosi hanno utilizzato la tecnica della proteomica per analizzare le tracce di proteine presenti sul muro da affrescare. Il risultato è stato che sono state trovate tracce di latte di mucca, estratti d'aglio e uova, e colla di pesce. La tecnica utilizzata non è invasiva e non richiede l'uso di reagenti chimici.
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