A Napoli, terra di disoccupati e di aziende che chiudono, le uniche cose che non mancano sono le «occupazioni». Non è solo un bisticcio di parole. Lunedì scorso vado al Museo Madre per vistare la mostra di Alighiero Boetti e trovo le porte sbarrate. È in atto una manifestazione pacifica dei senzatetto di via Settembrini, ma la strada è un tappeto di striscioni buttati in terra e i poliziotti schierati proprio non mi fanno entrare. Un paio di settimane fa, con un amico che vive al Nord, avevo provato ad andare al Museo Archeologico Nazionale per la mostra sui tesori di Ercolano, ma anche qui avevo dovuto far dietrofront perché un gruppo di manifestanti (in questo caso una trentina di disoccupati) avevano momentaneamente preso possesso delle sale esponendo cartelli di protesta sulla facciata. I poliziotti, un po' svogliatamente, come per un obbligo burocratico, allontanavano quei pochi turisti che anche in tempi così grami giungono a Napoli per un tour culturale. L'Archeologico è o non è il più importante museo d'arte antica d'Europa? In altre città le «occupazioni » di luoghi d'arte sono rare (l'anno scorso, ad esempio, fu occupato il Museo Egizio di Torino da parte di un comitato antirazzista che protestava contro la strage degli immigrati in mare con lo slogan «Gli egiziani li volete solo schiavi o morti»); a Napoli rappresentano una tentazione costante, col rischio che le opere (antiche o moderne che siano) possano essere prima o poi vandalizzate. L'amara e incredula nota della direzione del Madre, anche se non a chiare lettere, fa suo questo timore. Nel 2008 la città è stata tormentata da una serie incredibile di occupazioni, a cominciare dal Duomo, che è luogo di culto, ma anche un grande contenitore di opere d'arte. La crisi economica di questi mesi, con le tensioni sociali che ne derivano, rischia di farne un'abitudine. Prendere possesso, sia pure per qualche ora o per qualche giorno di una chiesa- simbolo come il Duomo, semmai sistemandovi le brande per la notte, o del Museo archeologico o del Madre che, lo si voglia o no, è una delle mete culturali più ambite di Napoli significa dare visibilità e clamore alle lotte e richiamare l'attenzione dei media più di un corteo con i tamburi di latta e i cassonetti rovesciati. E allora perché non farci un pensiero? Proprio lunedì scorso, in Iraq, sia pure tra mille polemiche, è stato riaperto, anche grazie al contributo decisivo degli archeologi italiani, il Museo Nazionale di Baghdad, dopo i saccheggi e i trafugamenti di sei interminabili anni di guerra (sono stati rubati all'incirca 15 mila reperti). Nonostante le rovine, con la vita incerta e il pericolo costante di attentati, restituire al mondo i tesori millenari della Mesopotamia è sembrato agli irakeni l'unica maniera per contrapporre allo sfacelo e alla precarietà dell'esistenza quotidiana le ordinate ragioni della civiltà e della cultura. Dobbiamo apprendere dagli irakeni quale ruolo assegnare al nostro patrimonio d'arte?