Ricordate, forse, quando musei, aree archeologiche e monumentali, tele, statue e affreschi vennero definiti «il nostro petrolio»? L'equivoco, almeno semantico, continua: nonostante che, nel frattempo, per l'insieme di quelle opere d'arte sia invalso nell'uso la onnicomprensiva definizione di «Beni culturali». È fin banale ricordare che la cultura e i beni che ne traggono l'aggettivo sono prodotti dell'uomo, mentre il petrolio è frutto di geologiche trasformazioni di una materia in un'altra, sulle quali l'uomo non potuto ha esercitato alcun intervento. In quest'ultimo periodo di tempo (di cronaca, non geologico) assistiamo a un'ulteriore accelerazione di tali trasformazioni, semantiche e di merito: anche se, per ora, si tratta di annunci. Le aree archeologiche di Roma e Ostia e quelle vesuviane, a cominciare da Pompei, saranno affidate a commissari appartenenti alla Protezione civile. Come ognun sa, questo benemerito dipartimento svolge azioni di prevenzione e di intervento nel campo delle emergenze derivanti da fenomeni naturali: i quali non sono opera dell'uomo (anche se talvolta gli uomini sono causa di aggravamento dei danni causati dalla natura, come quando costruiscono nel letto dei corsi d'acqua oppure in zone franose). Una settimana fa il sottosegretario Guido Bertolaso ha fatto notare, a mezzo stampa, che un precedente intervento della Protezione civile a proposito di un restauro fiorentino non aveva raccolto le osservazioni critiche che adesso, invece, sono state sollevate dopo l'annuncio che lo stesso Bertolaso sarà nominato commissario per le aree archeologiche di Roma e Ostia. Come si può apprendere dal sito web della Protezione civile, a Firenze quel dipartimento operò una sponsorizzazione a favore della soprintendenza responsabile del restauro dell'«Ultima cena» del Vasari e del «David» di Donatello; inoltre ha lanciato un progetto di servizio civile per impiegare otto volontari nel Museo del Bargello. Di fronte a un così generoso intervento sia da mecenate sia di impegno civile contro la disoccupazione sarebbe stato singolare se qualcuno avesse protestato. Ma, di nuovo, appare palese la differenza tra lo sponsorizzare e il reclutare volontari e l'agire come commissario. Non si vorrebbe, quindi, che alle metamorfosi semantiche si aggiungesse quella comunicativa. In merito alle recenti cronache, possiamo osservare come il governo, dichiarandosi non soddisfatto dello stato delle aree archeologiche romane e vesuviane, vuole nominarvi commissari: ciò lo esime dal dotare di risorse finanziarie e professionali le soprintendenze, in quanto tali organi tecnici sono ritenuti le cause prime dell'insoddisfazione. Quale sia lo sviluppo futuro di un tale modo di agire non possiamo sapere: ma tristi, anche se indistinti, timori, come quello della «privatizzazione» (qualsiasi cosa significhi questa parola), paiono giustificati. Tanto più di fronte al decremento verticale dei bilanci ministeriali, già in precedenza analizzato e denunciato da parte di Salvatore Settis, e al fisiologico invecchiamento delle risorse professionali, non più adeguatamente rinnovate da anni. Sembra pertanto giustificato dedurre ulteriormente che, nelle possibili previsioni del governo, le attività tecniche di conservazione dei monumenti antichi siano destinate a ridursi progressivamente e ulteriormente: riciclandole, sotto la fascinosa etichetta della «tutela» (della quale troppo spesso ci si è fatto scudo, tralasciando il servizio al pubblico), in procedimenti non più metodologicamente giustificati e finalizzati all'intera filiera della conoscenza, della conservazione, della fruizione, ma solamente ormai di natura amministrativa che peraltro, mancando risorse finanziarie adeguate, si muteranno in burocrazia. Diversa prospettiva sarebbe stata offerta se il governo, insoddisfatto della condizione attuale di conservazione del patrimonio archeologico, avesse nominato come commissari, con congrue e fresche dotazioni finanziarie e con straordinari poteri, funzionari tecnici dei ruoli del ministero, altrettanto pubblici ufficiali e dirigenti dello Stato dei tecnici della Protezione civile. Ma i primi hanno la differenza, rispetto ai secondi, di possedere formazione ed esperienza professionali ben più vicine alla natura degli oggetti, cioè gli antichi monumenti, delle proprie cure di quanto ne posseggano geologi, ingegneri e vigili del fuoco: il tutto allo scopo prioritario di assicurare lunga e decorosa conservazione alla nostra storia e alla nostra cultura, non a quello di conservare un «potere» che non si capisce bene di che cosa si sostanzi. I tecnici della Protezione civile sembrano professionalmente preparati a fronteggiare dissesti causati dalle forze della natura (con la cautela di cui sopra). Per Roma e Ostia non si ricordano naturali cataclismi, se non una serie di terremoti nel corso dei secoli, mentre tutti sappiamo come il Vesuvio, incolpevole elemento naturale, provocò danni e distruzioni quasi 2000 anni fa. Il riandare a tale naturale catastrofe sembra far parte, ormai, più adeguatamente della storia, e quindi della cultura, che dell'attuale competenza della Protezione Civile. Il nostro augurio di buon lavoro va, comunque, ai commissari dei quali si annuncia il prossimo incarico, e a quelli che lo lasciano: in quanto coinvolti, bon gré mal gré, nella protezione della cultura, della storia e dei prodotti materiali conseguenti. Ma ci permettiamo anche l'augurio di non confondere natura con cultura né lucciole con lanterne.