La sinistra non sa ormai che farsene degli intellettuali. In particolare gli eredi del Pci, il partito che più di ogni altro dell' impegno dell'uomo di cultura fece una vera e propria liturgia, sono oggi i più insofferenti, con toni che per essere stati un tempo tanto cerimoniosi diventano spesso cinici e sbracati. Ma i toni pure importanti non dispensano da un confronto con la sostanza dei problemi. Perché, dall'altra parte, sono pochi gli intellettuali che in questi anni non si siano dannati l'anima per apparire e dirsi di sinistra. È accaduto in tutto il paese; accade a maggior ragione dalle nostre parti, dove da più lungo tempo la sinistra governa. Questo scarto tra irrilevanza di fatto e disponibilità nei confronti di chi comanda è stato occultato fino ad un certo punto da molti omaggi, e dall'integrazione di alcuni esponenti del mondo della cultura nella rete del potere cittadino e regionale. Ma tutto questo non è bastato a colmare una frattura che in questi anni l'evoluzione stessa delle forme della politica ha approfondito sempre di più. Oggi i termini di quel rapporto si sono logorati e i toni dello sdegno e del rifiuto sono tornati in voga, ma a questo logoramento e a questo sdegno non corrisponde una ripresa di iniziativa politica da parte del ceto dei colti. Anzi, tutto lascia presagire una nuova subordinazione. Come sempre accade nella storia degli intellettuali, la fronda e l'opposizione sono il segno di una perdita di potere reale degli uomini di cultura, terrorizzati dal confronto con il problema del governo (sporcarsi le mani), da un lato, e dall'altro facilmente disponibili ad ogni compromesso. Fa certo molta impressione la determinazione con la quale Riccardo Muti è sceso in lizza a difesa di Roberto De Simone. Ma in quelle parole, ferme e nette come non mai, c'è prima di tutto l'attestazione di una irriducibile marginalità, in cui la rottura del legame con la politica confina ormai l'intellettuale. Il richiamo all'erudizione di De Simone, il fatto che sia un musicologo di fama internazionale, tenta di fare dello specialismo e della filologia lo spazio per la difesa di un ruolo che gli intellettuali hanno perso sul terreno delle idee generali e della capacità di orientare gusti e consumi culturali del pubblico. Non ha riservato maggiori soddisfazioni, e non poteva essere diversamente, l'adesione degli intellettuali al sistema culturale dominante. È su questo terreno, anzi, che la disponibilità del mondo della cultura ha significato una vera e propria auto spoliazione in termini di autonomia e di libertà della critica. Si è trattato, fra l'altro, di una compromissione a cui non ha corrisposto una reale capacità di governo. La città in idea non ha prodotto nessuna idea nuova sulla città. Ne è derivato invece uno scadimento del discorso pubblico e quello che oggi è il suo tratto più sconsolante, la ripetitività. Questo è accaduto per la paura costante di molti intellettuali di non stare dalla parte giusta, di apparire conservatori o, peggio ancora, reazionari e ha portato, da un lato, ad accantonare temi che intanto si facevano drammaticamente urgenti, come la disciplina sociale e le falle di un apparato repressivo dello Stato costantemente impacciato nella sua azione dalla fitta rete di interessi politici e clientelari; dall'altro, all'ossequio ai miti della cultura dominante. In una città che ha dato i natali a Vittorio De Caprariis, studioso della politica e storico della cultura così sensibile al tema del legame atlantico tra Europa e Nord America, l'assurda fissazione degli intellettuali nostrani al mediterraneo ha significato l'adesione pura e semplice al mito geopolitico di una sinistra da sempre ostile alla cultura liberale e agli assi geografici del suo sviluppo storico. Questa dimensione ideologica, ampiamente sottaciuta, fa oggi degli intellettuali nient'altro che gli addetti all'apparato del consenso del potere politico locale e alla sua macchina organizzativa. Rispetto al tema del governo della cosa pubblica adesione e rifiuto rappresentano una falsa alternativa. Forse è giunto il momento di tornare a coltivare interesse per temi opere e autori che dispiacciono ai più.