Caro direttore, è molto tempo che ho lasciato Napoli, ma vi ho lasciato qualcosa di me, e una specie di nostalgia mi spinge a intervenire sulla polemica De Simone-Velardi, che trovo curiosamente simbolica. Un po' per il parallelismo. Fresco e spaesato assessore all'Identità di Bassolino (avevo appena preso il posto proprio di Claudio Velardi), ricevetti il primo attacco dal maestro De Simone. Ci rimasi così male che non risposi se non in privato. Proprio in quei giorni era uscito per Einaudi il bellissimo volume di De Simone sulle fiabe napo-letane, dopo la sua presentazione ero stato a cena con il maestro (Giuliano Scabia non mi perdonerà mai l'uso di questo termine, dovrei forse dire il genio ma a Napoli purtroppo il termine si è usurato e un bel libro di Richard Sennett rivaluta gli artigiani) e Giulio Einaudi... Insomma, ci rimasi così male che passai il (poco) tempo libero delle giornate di Natale e Capodanno a rimettermi dal colpo. Chi ero io rispetto a una persona che aveva amato e studiato Napoli in ogni atto della sua vita? Potevo soltanto tentare di impararne la lezione. Ciò non toglie che nel merito della polemica seguitassi ad agire secondo le mie convinzioni; assumersi responsabilità e scegliere fa parte del lavoro di un assessore. E il Mercadante Teatro Stabile di Napoli, il Festival Napoli Italia, i successi del Teatro Nuovo, in qualche modo anche Punta Corsara, dimostrano che ho avuto ragione. Se avessi scelto diversamente cosa fare del Mercadante oggi non ci sarebbe nulla di tutto questo. Velardi invece risponde, definendo De Simone il «perfetto esempio di tutti i vizi di una città che sta morendo ». Facciamo subito le corna, visto che a dirlo è l'assessore al Turismo della Regione Campania, dunque un'autorità istituzionale, che dovrebbe sapere più di ogni altro come stanno le cose. Freud ci insegnava che maldestre gaffe come quella di Velardi, rivelano il rimosso: che non sia il dubbio inespresso che, a rivelare uno stato di malattia, sia piuttosto l'evidente crisi delle istituzioni politiche napoletane? Mentre invece, di energie vitali (penso a Saviano, a Montesano, a Martone, a Servillo, e soprattutto al grande vecchio De Simone; nonché a Nino D'Angelo, all'editore Zanardi, a Igina Di Napoli e tanti altri) la città ne ha ancora in abbondanza... Altro che agonia! È di una soffocante cappa di parodie di progetti politici, come la cornice di altre tre mostre accanto a quella dell'istruzione musicale nella Napoli del Settecento curata da De Simone, sotto il titolo complessivo, si suppone accattivante per i turisti, La Città Cantante, che Napoli deve liberarsi. Ed è per il rifiuto di questa compagnia, che De Simone manifesta «piccole rivendicazioni e rancori quotidiani» e finisce per «incarnare il più assoluto immobilismo»? Perché il futuro della città verte ancora sulle presunte capacità di drenare risorse private, in un mondo sferzato dalla crisi, degli assessori manager? Bisogna lavorare diversamente sulla cultura, puntando ai risultati assoluti. La cultura è un valore costituzionale solo quando è perseguita nel più assoluto rispetto della sua autonomia: altrimenti perde la polverina magica e si trasforma in propaganda, primo stadio di pericolosissime possibili metamorfosi. Perché il futuro della città verte ancora sulle presunte capacità di drenare risorse private degli assessori manager?