Lattribuzione a Michelangelo è dubbia: aperto un fascicolo per i 3 milioni pagati dallo Stato "Comè stato possibile costruire un battage del genere su unopera a così alto rischio?" TRE MILIONI di euro per un (ipotetico) Michelangelo. Tanto? Poco? Una domanda che circola da settimane fra studiosi e storici dellarte, da quando, cioè, in gennaio, il piccolo crocifisso ligneo attribuito alleccelso scultore, appena acquisito dallo Stato, è stato esposto al pubblico alla Camera dei deputati, presenti il ministro Sandro Bondi e lintero parterre dei beni culturali, dal direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci alla soprintendente per il Polo museale di Firenze Cristina Acidini. Ma a forza di circolare la domanda è arrivata alla Procura regionale presso la Corte dei Conti del Lazio, che sullacquisto del crocifisso ha ora avviato unistruttoria. A quanto risulta a Repubblica, allesame dei magistrati contabili ci sarebbe leventuale danno erariale provocato allo Stato dallacquisto, ovvero il rapporto fra la cifra sborsata e leffettivo valore dellopera. Perché se è vero che 3 milioni di euro sono niente per unopera sicuramente di Michelangelo, per una che forse non lo è sono unenormità, e la grave incertezza avrebbe forse dovuto suggerire allo Stato una maggiore cautela. Uniniziativa destinata a esplodere come una bomba nel clima già tesissimo che si è creato nellambiente dopo la presentazione in pompa magna del piccolo crocifisso, fortissimamente voluto dal ministro nonostante i distinguo già emersi allinterno del comitato di settore. E i rifiuti già opposti allantiquario che ne era in possesso ai primi a cui si era rivolto: la Cassa di Risparmio di Firenze e la stessa Casa Buonarroti, allora presieduta da Luciano Berti e che pure sarebbe stata la prima interessata ad arricchirsi di unopera del genere. A patto che, ovviamente, la sua attribuzione fosse stata sicura. Ciò che, appunto, è da tempo contestato da molte voci autorevoli: da Margrit Lisner, che a Michelangelo attribuì il crocifisso ora in Santo Spirito, a Frank Zoellner, a James Beck, a Paola Barocchi, massima studiosa michelangiolesca convinta che si tratti solo di unopera di «rispettabile serialità tardo-quattrocentesca». E intanto vengono via via allo scoperto i moltissimi che, nel dubbio, contestano lopportunità di un acquisto pubblico di forte impatto mediatico, ma quantomeno discutibile di fronte alle enormi difficoltà di gestione ordinaria del patrimonio culturale. Durissima la presa di posizione della Consulta nazionale degli storici dellarte universitari (Cun.Sta), che ha parlato di «identità assai discussa» del crocifisso e attaccato «la catastrofica politica dei beni culturali del governo Berlusconi» nonché «labbandono del ruolo dello Stato nella tutela e nella conservazione». E si dice «stupito che il governo, con tutti i problemi che ci sono, investa in opere del genere» il direttore del Kunsthistorisches Institut di Firenze Alessandro Nova, mentre si chiede «come sia stato possibile costruire un simile battage su unopera a così alto rischio» Claudio Pizzorusso, ordinario di Storia dellarte moderna allUniversità di Siena, che ritiene anche lui «assurdo, in un contesto di difficoltà generale, il prezzo pagato dallo Stato per una semplice ipotesi, non per un vero Michelangelo», laddove «a tante opere di gran valore, ma meno griffate, nessuno fa caso». Mentre a prendere le distanze è adesso anche uno storico considerato uno convinto della mano michelangiolesca, come Massimo Ferretti: «Io non ho detto che era di Michelangelo, in realtà non ho saputo far quadrare il cerchio dellattribuzione e alla fine ci ho messo un punto interrogativo», precisa, concludendo con la richiesta di «ridiscutere, a questo punto, lintera politica degli acquisti pubblici».