ZISA E MAREDOLCE I SOLLAZZI PERDUTI Ogni restauro deve guardare ai bisogni dei cittadini per far sì che sentano come proprio il bene monumentale. Il caso della vasca vuota nel giardino del castello A Favara, la sorgente che da San Ciro versava le sue acque nel lago dove si erge ancora lisolotto cantato dal poeta arabo-siciliano Abd - ar-Rahman al trabanishi, sarà nuovamente al centro del parco di undici ettari che, dal Monte Grifone fino alla via Conte Federico, circonderà il palazzo di Maredolce. Sembrava unutopia ma, grazie ai recenti interventi che a cominciare dai lavori di Silvana Braida hanno consentito agli architetti della Soprintendenza il recupero del regio solatio ruggeriano, entro giugno riprenderanno gli interventi di restauro, affidati alla direzione di Matteo Scognamiglio, di ciò che è stato salvato dellinsigne monumento. I tre milioni di euro a suo tempo stanziati, saranno perciò utilizzati e quando il cantiere sarà riaperto, si dovrà riprendere il delicato tema degli espropri delle casupole che ostruiscono lingresso e circondano le cortine occidentali del recinto palaziale. Lannunzio è stato dato nei giorni scorsi durante il convegno organizzato dalassociazione culturale "Castello di Maredolce", dalla soprintendente Adele Mormino e dallassessore regionale ai Beni Culturali Antonello Antinoro che ha realisticamente posto il problema, certamente non secondario, della costruzione di nuove case per gli abitanti che subiranno il necessario esproprio. Lopportuna osservazione che ha procurato plauso allassessore, è certamente il punto focale del problema di ogni intervento di restauro che implichi lesproprio di manufatti e labbattimento delle superfetazioni che, come nel caso della Favara, hanno fagocitato ledificio cui si sono addossati trasformando il mitico sollazzo regio in rudere e mutando la situazione urbanistica originaria. Del resto, se non si tiene conto delle necessità del territorio e non si guarda ad esso nella complessità dei suoi problemi e della sua vivibilità in relazione ai bisogni dei cittadini, questi stessi non accetteranno e tanto meno salvaguarderanno. Fa parte del sistema democratico, della partecipazione e della comprensione far sì che i cittadini sentano come proprio il bene culturale e gli spazi comuni nei quali si svolge la loro vita e la loro attività, e se non si recupera questa cultura sarà sempre più difficile affrontare i problemi urbanistici e ambientali e quindi quelli relativi al restauro e alla conservazione. Se infatti non si avrà la capacità e la sensibilità politica di armonizzare centro urbano e periferia, città storica e quartieri della nuova espansione, come è accaduto per la Zisa e il suo giardino, anche Maredolce, sarà una cattedrale nel deserto del quartiere di Brancaccio. E non basterà certamente chiamarlo Maredolce-Brancaccio perché quel territorio diventi ipso facto parte integrante della città poiché essa a sua volta ha urgente bisogno di essere ripensata nella prospettiva di una organica viabilità che consenta ai cittadini e al flusso turistico la fruizione del sito palaziale e del suo parco. Da più tempo le associazioni culturali hanno richiesto alla gestione comunale un piano traffico che potesse supportare la inderogabile chiusura del centro storico per la sua salvaguardia e per sua effettiva valorizzazione. Fino ad oggi però non sono state date risposte soddisfacenti e certo non basterà lipotizzata grande isola pedonale perché si possa affermare che finalmente il Comune abbia risolto il problema dellinquinamento e della viabilità. Ci si domanda spesso se questi nostri rappresentanti abbiano mai viaggiato e osservato le soluzioni offerte dalla gestione di altri centri storici nei quali, come per esempio a Firenze, i mezzi pubblici sono capillarmente utilizzati e attraversano le vie più strette e tortuose di impianto medievale. A Palermo tutto ciò sembra impossibile e improponibile perché la cultura dellautomobile privato ha stravinto, per varie ragioni illogiche anche sul piano delleconomia e della salvaguardia ambientale che raccomanda luso dei mezzi pubblici e non inquinanti. Chi volesse poi recarsi a Maredolce, in ogni caso dovrebbe sempre districarsi in un labirintico percorso se non ne sarà progettato uno più razionale che conduca al Parco quando esso sarà stato finalmente restaurato e aperto al pubblico. Ma anche quando vi si giungesse con un più facile percorso, chi dovrebbe salvaguardare il mitico lago «dove lamor saccampa» e lisola dove «le arance superbe sembrano fuoco ardente su verghe di smeraldo» come cantava il poeta Abd-ar-Rahman? Il giardino della Zisa, solennemente inaugurato appena tre anni fa, è il risultato più eloquente dellincuria e del degrado cui sono condannati i giardini e i monumenti di una città nella quale strade e mezzi pubblici sembrano optional e accessori secondari mentre i cittadini restano indifferenti non solo alle macerie lasciate dai bombardamenti di sessantacinque anni fa, ma anche allo straripamento delle fogne che, in caso di pioggia più insistente, inondano le strade e i marciapiedi livellati alle inutili piste ciclabili progettate ad arte per rendere impossibile lapprodo ai negozi e ai portoni degli edifici. Così nel giardino della Zisa, fuori scala rispetto al contesto del Palazzo e della sua antica peschiera, il grandioso bacino dacqua quasi sempre vuoto è divenuto ricettacolo di immondezze, escrementi e minzioni, tanto che in caso di pioggia si trasforma in una cloaca a cielo aperto dilagando tra le aiuole dalle sparute essenze mediterranee e i grandi pali che reggono i globi della inopportuna luminaria. Per fortuna la peschiera della Cuba Soprana e quella della Cuba sottana, la fontana dellUscibene e quella del Parco di Altofonte non sono state ancora oggetto di restauro perché altrimenti si correrebbe il rischio che da ogni parte verso la città, al posto dei fiumi che fino agli inizi del secolo scorso attraversavano lex Conca doro, correrebbero cloache a cielo aperto come è accaduto al fiume Oreto. Le acque di Maredolce, quando saranno tornate nel loro antico alveo e circonderanno lisola dovranno perciò essere accudite e salvaguardate per non divenire palude melmosa piuttosto che «vista soave e spettacol mirabile» e perché questo accada bisogna che i palermitani tornino ad essere panormiti cioè cittadini consapevoli della loro storia e della loro cultura e ricordare che fino a metà del secolo scorso Palermo era una città di giardini e di profumi. Oggi invece anche le palme vi muoiono tra lindifferenza e labbandono. Abd - ar - Raman concludeva il suo canto per la Fawara con un augurio: «Palme di Palermo, possiate essere abbeverate da eterne piogge e da copiose rugiade! Prosperate con laiuto di Allah, offrite asilo agli amanti. Alle sicure ombre vostre viva in pace lamore». Allora, però, le cloache palermitane forse funzionavano meglio e non era ancora arrivato il punteruolo rosso.