Se è vero che a un euro di investimento nella cultura, ne corrispondono almeno 4 di indotto, allora forse cè qualche speranza. Lannus horribilis del turismo - con quel -7,2 nei pernottamenti alberghieri segnalato, a gennaio, da Confturismo-Confcommercio potrebbe ancora cambiare di segno, o almeno limitare il potenziale danno. Perché in questo quadro poco rassicurante emergono segnali positivi. Quei quattro euro di cui sopra, ad esempio. I dati stanno lì a dimostrare «che i consumi culturali, in Italia, hanno retto commenta Roberto Grossi, direttore generale dellAccademia nazionale di Santa Cecilia -. Beninteso: una famiglia che prima andava a teatro 6 volte ogni 2-3 mesi, ora magari ci va 4 volte. Ma il decremento limitato delle spese nella cultura fanno capire che questi consumi sono entrati a far parte del nostro Dna». Grossi sa di cosa sta parlando; manager culturale ed esperto in gestione dei servizi pubblici, è fondatore e presidente di Federculture, «network» delle realtà che gestiscono servizi e attività culturali e del tempo libero per conto di enti locali e Regioni. Insieme agli interlocutori più importanti del settore, dallAnci alla Conferenza delle Regioni, da giovedì a sabato Federculture promuove a Torino la V Conferenza nazionale degli assessori alla Cultura e al Turismo, veri e propri «stati generali» dellarea. La preoccupazione di fondo resta, ed è dettata dai numeri: nel 2009 la dotazione nazionale per il turismo ammonterà a 33 milioni (-31 rispetto al 2oo8), e anche la promozione si fermerà a quota i6 milioni (-37). «Ma il nostro obiettivo non è scrivere un cahier de doléances; anzi, crediamo che proprio in questo momento di crisi, vada messo in discussione il modello di sviluppo, come è avvenuto nel 29, nel dopoguerra, nel 73». La chiave di volta capace di far uscire i Paesi dal baratro «è stata anche la cultura; il motore del New Deal erano gli investiménti nellistruzione e nella scuola, insieme agli incentivi alle imprese...». Quindi: «Quello che serve è un progetto per lItalia. Cultura e turismo sono elementi fondanti, su cui rilanciare lottimismo». Ci sarà, a Torino, tutto il parterre del settore, e una presenza sostanziosa della politica: il presidente del Senato Schifani e il ministro per i Beni e le attività culturali Bondi, il sottosegretario al turismo Michela Brambilla. E ancora, Mercedes Bresso, Leonardo Domenici, Sergio Chiamparino... Il titolo è esplicito, «Le città della cultura» (www.lecittadellacultura.it); i numeri aiutano a capire, a Torino gli investimenti nel settore hanno portato a oltre 1,7 miliardi di euro di «ritorno», il 4,1 del Pil dellarea. Ed è vero che i dati fotografano un settore culturale in affanno, in linea con tutto il comparto turistico (-7,3 di visite nei musei statali a Ferragosto, la prima inversione di tendenza da un decennio), «ma ora è il momento di guardare avanti, mettendo in atto quella cultura del fare che ha sempre fatto grande lItalia», sintetizza Grossi. I finanziamenti, dunque, con i tagli statali che gli enti locali fanno fatica a compensare; «ma anche gestioni efficienti in grado di avvicinare i privati; la capacità di mutuare modelli di rete già esistenti, come i paradores, le masserie spagnole, o i castelli della Loira: orari di apertura concordati, politiche unitarie di promozione...». Agli operatori, ai Comuni, ad associazioni e fondazioni il compito di approfondire e proporre, in 9 sessioni tematiche. «Ci sarà, certo, un confronto sui finanziamenti; non ci scandalizziamo dei tagli alla cultura, purché non sia usato come disimpegno». Senza dimenticare che «la cultura può fare uscire dal degrado e portare a un ritorno economico. Basti pensare alla zona dellAuditorium di Piano, a Roma: più posti di lavoro, più verde pubblico, valore degli immobili in crescita». In tempi di crisi, non è un aspetto da trascurare.