Non decolla nelle regioni del Mezzogiorno la sinergia tra pubblico e privato per la gestione dei servizi dei settori culturale, turistico e sportivo. Secondo i dati di un'inchiesta di Federculture nelle cinque regioni meridionali si trovano soltanto 24 delle 280 esperienze di «gestione autonoma» attivate in Italia dal 1990 al 2003. Questi numeri dimostrano che persiste la forte dipendenza di questi servizi dalla gestione pubblica e la scarsa propensione a riconoscerli come possibile risorsa per lo sviluppo economico. Delle 24 esperienze avviate al Sud, la metà si trova in Campania, sei sono in Sicilia, cinque in Puglia e una soltanto in Basilicata. In Calabria, invece, non esiste alcuna realtà di questo genere. Le forme di «gestione autonoma» prevedono l'istituzione di consorzi, società, istituzioni, aziende speciali o fondazioni, costituite da soggetti pubblici e privati, finalizzati all'offerta di questi servizi. La forma giuridica spesso scelta al Sud per la gestione di attività turistiche e culturali in aree vaste è il consorzio. Nel Mezzogiorno i consorzi di questo tipo sono sette. Uno gestisce Isole dei Ciclopi, l'area protetta con l'isola Lachea e il piccolo gruppo dei Faraglioni davanti Acitrezza nel Catanese. Per quanto riguarda i finanziamenti in favore del recupero e della valorizzazione delle risorse storico-culturali del Sud, dai Por (Programmi operativi regionali) sono arrivati ben 1,4 miliardi. La cifra supera i 2 miliardi se si aggiungono i fondi per il settore turistico. Al Sud ancora non decolla la collaborazione tra Comuni e privati per la gestione dei servizi pubblici locali non industriali, che abbracciano i settori d'intervento della cultura, del turismo e dello sport. Il quadro della situazione meridionale emerge bene da un'indagine di Federculture, condotta sui servizi ora considerati privi di rilevanza economica, in seguito alla recente riforma introdotta dal maxi-decreto collegato alla Finanziaria 2004. I risultati dell'indagine mettono in luce che, dal 1990 al dicembre 2003, sono state istituite in Italia complessivamente 280 forme di «gestione autonoma», cioè realizzate attraverso consorzi, società, istituzioni, fondazioni e aziende speciali, con l'apporto di altri soggetti pubblici e privati. Di queste, soltanto 24 esperienze, pari all'8,6 del totale, sono state attivate nelle cinque regioni del Mezzogiorno. Questo conferma la forte dipendenza di questi servizi dalla gestione pubblica e la scarsa propensione a considerare e utilizzare i settori della cultura e dello sport come volani per lo sviluppo economico e occupazionale. E invece l'indagine di Federculture mostra che il ricorso alle gestioni autonome ha rigenerato i servizi comunali interessati, e non solo al Nord. Nell'arco dell'ultimo triennio, infatti, il numero di visitatori e utenti dei servizi in gestione a enti "autonomi" è aumentato mediamente del 28 e l'occupazione diretta è cresciuta in misura del 30 per cento. A rendere possibile tali risultati sarebbe l'apporto decisivo dei privati nella riorganizzazione dell'offerta locale per la cultura e il turismo, effettuata mediante la creazione di circuiti e reti turistiche e fondata su sistemi di gestione più moderni ed efficienti. In media, infatti, circa il 30 delle spese sostenute dalle gestioni autonome viene autofinanziato attraverso la vendita di servizi e sponsorizzazioni private, mentre il restante 70 è coperto dal trasferimento pubblico. «Dobbiamo incoraggiare a sostenere le iniziative di quelle amministrazioni pubbliche del Mezzogiorno che, anche insieme ai privati, pongono la valorizzazione dell'arte e della cultura al centro dei programmi di sviluppo territoriale», dice Roberto Grossi, segretario generale di Federculture. Questo non significa, però, che le gestioni in economia di beni e attività culturali siano in assoluto inefficienti. Anzi, diverse esperienze comunali dimostrano che l'azione pubblica, se basata su sistemi gestionali di tipo manageriale e facendo ricorso a figure professionali adeguate, può svolgere un ruolo importante per lo sviluppo del settore e dell'economia locale. Metà dei 24 Comuni "innovativi" del Sud è concentrata in Campania: sei di queste esperienze vengono realizzate in Sicilia, cinque in Puglia e una in Basilicata. In Calabria non sono invece presenti amministrazioni comunali che hanno affidato all'esterno la gestione dei servizi culturali, per il turismo e lo sport. In sette casi, la forma giuridica adottata per la gestione dei servizi è il consorzio, scelta dai Comuni soprattutto allo scopo di organizzare interventi per lo sviluppo delle attività turistiche e culturali in aree vaste, come i parchi e i grandi siti archeologici. Quando invece i servizi sono finalizzati alla valorizzazione di singoli beni e attività culturali, le amministrazioni locali puntano piuttosto su società (di capitale e Sri), istituzioni, aziende e fondazioni. I Comuni sperimentano le forme di gestione autonoma soprattutto nei settori della cultura (sei casi), del turismo (cinque) e dello spettacolo (cinque). Sono invece poco frequenti le gestioni autonome dei parchi, delle attività sportive, di fiere e musei. Il settore culturale raggruppa, nel complesso, un terzo delle esperienze di gestione autonoma delle cinque regioni. Secondo l'ufficio studi di Federculture, nel Sud il ricorso alla gestione autonoma dei servizi pubblici locali si caratterizza per la presenza di alcune vocazioni regionali. In Sicilia, ad esempio, i Comuni si affidano soprattutto ai consorzi per la gestione di siti archeologici e musei, come nel caso di «Isole dei ciclopi» e di «Arte e vita Spa». La scelta dei consorzi è privilegiata anche dai Comuni pugliesi, che puntano sulle iniziative dirette allo sviluppo del turismo culturale («Intercomunale Trulli», «Grotte e mare», «Castellana Grotte»). La Campania, invece, presenta una maggiore varietà di assetti giuridici e settori d'intervento interessati. In Basilicata, infine, l'unico caso di esternalizzazione rilevato è un'azienda speciale.