In un'epoca in cui l'attenzione degli appassionati d'arte occidentale è concentrata su Caravaggio, si torna a parlare di Raffaello, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. L'occasione è il restauro che inizierà a breve (sponsor la Jaguar con 40mila euro, durata prevista otto mesi, restauratrice Laura Ferretti), della «Deposizione», conservata alla Galleria Borghese, a trent'anni dall'ultimo intervento curato dall'Istituto Centrale del Restauro e da Paolo e Laura Mora. Non di un restauro di necessità, ma piuttosto di conoscenza, parla il sovrintendente Claudio Strinati. «Ho ritenuto in coscienza -precisa - ancorché non cada a pezzi, che meritasse in questo momento storico la nostra attenzione, vigilata dalla ragione. Tutto quello che verrà fatto sarà largamente discusso e documentato». Sarà un intervento minimo, assicura la responsabile Kristina Hermann Fiore. Rimossi lo sporco, il grasso, le vernici protettive ossidate e i vecchi ritocchi che oggi offuscano il dipinto, verranno consolidate le parti della pellicola pittorica che presentano microcavità o leggeri distacchi tra colore e supporto, nel rispetto delle velature volute dall'artista. Sarà anche controllata la funzionalità delle staffe mobili applicate nell'ultimo restauro sul retro delle tavole di pioppo poste verticalmente che tante preoccupazioni danno agli esperti, per evitare danni dovuti al movimento naturale del legno. Il trasporto del Cristo morto, detto anche «Deposizione Borghese» o «Pala Baglioni» di Raffaello è «un mito della cultura artistica universale». L'opera venne commissionata a Raffaello ventiquattrenne, nel 1507 prima della sua venuta a Roma, da Atalanta Baglioni, in memoria del figlio Grifonetto ucciso, come il padre Grifone, nelle lotte fratricide fra gli Oddi e i Baglioni per il possesso della signoria della città. Originariamente una «macchina» complessa, sormontata da una cimasa con l'Eterno benedicente (conservata a Perugia) e accompagnata da una predella composta da tre scomparti in monocromo con le tre Virtù teologali e angioletti (ai Musei Vaticani), firmata e datata, rappresenta la scena della deposizione in termini dinamici. Nel giovane di profilo con i capelli mossi dal vento si è voluto riconoscere l'effigie di Grifonetto. Un dipinto di grande impegno per l'artista, sia per il soggetto che per la complessità della composizione, come testimoniano i molti disegni e studi preparatori. Per impossessarsi del quadro tanto amato il cardinale Scipione Borghese non esitò a ricorrere a un vero e proprio sequestro. Nella notte del 19 marzo 1608 il grande dipinto venne sottratto dalla Cappella Baglioni della Chiesa di San Francesco al Prato, col pretesto che in sagrestia era mal conservato e inviato in gran segreto a Roma, nonostante le proteste dei perugini. Paolo V lo assegnò al Cardinal Nepote, beneficiario in perpetuo, che lo sistemò dapprima nel suo palazzo di città, vicino a San Pietro, poi nella Villa Pinciana.