La polemica innescatasi tra lassessore Claudio Velardi e Roberto De Simone ricorda fatalmente quanto il rapporto tra politica e istituzioni con il mondo dellarte e della cultura non sia mai stato chiaro. La pietra dello scandalo è stata una mostra sullistruzione musicale a Napoli nel Settecento, la cui organizzazione prima è stata affidata al maestro e poi a un referente della Regione. A questo punto De Simone si è tirato indietro mettendo il veto al lavoro già fatto. Questo ha fatto scattare la reazione dellassessore che gli ha scritto una lettera dai toni molto forti. È stato come accendere una miccia. Sono insorti un po tutti, dal mondo della politica a Riccardo Muti, sceso in campo per difendere a spada tratta il musicista e compositore accusato di immobilismo. Il problema non è solo sul chi abbia sbagliato e chi abbia ragione. Il "mistero buffo" sono le dinamiche che regolano la relazione tra chi tira le redini della finanza pubblica e chi le utilizza per fini artistici, che si tratti di cultura o di spettacolo. Sgombriamo innanzitutto il campo da un dubbio: chi conosce bene quali relazioni intercorrano tra arte e politica sa che spesso questultima è spesso miopemente incapace di distinguere tra cultura alta e bassa, tra clientes e uomini di spessore. Da decenni i corridoi antistanti gli uffici degli assessori alla Cultura, al Turismo e allo Spettacolo sono affollati e occupati da spesso sedicenti operatori culturali che attendono un appuntamento. Nel dna dellhomo politicus si è instillata lidea che chi si occupa di argomenti così aerei e leggeri come larte e la cultura sia quasi necessariamente solo un portatore di voti e interessi, un cliente, oltre che un rompiscatole. Dagli anni Settanta in poi è stato sempre più difficile per lassessore di turno distinguere il peso e la portata reale di chi aveva di fronte. Il problema è nazionale, forse europeo. Ma qui, nella terra di Pulcinella, lequivoco è diventato sistema. In uno scenario in cui è praticamente assente la grande imprenditoria culturale, dove spesso gli investimenti sono delegati alla sola camorra, la classe politica ha visto trasformare nel corso del tempo il proprio ruolo da dispensatrice di denaro pubblico ad agenzia di spettacolo e di promozione culturale. Se andassimo a verificare, caso per caso, quali progetti abbiano alle spalle unazienda o un uomo che lavorano secondo le regole del rischio imprenditoriale, otterremmo amare sorprese. Listituzione pubblica spesso sostituisce quell assenza con un finanziamento pubblico. Lo scorrere degli anni e delle giunte ha solo spinto il rapporto sempre un po più in là, verso una dipendenza malata del mondo dellarte e della cultura dal denaro pubblico. Quasi senza accorgersene lhomo politicus nella nostra terra è diventato paragonabile al signore-committente che chiedeva opere e spettacoli allo scrittore, al musicista-compositore, al capocomico di corte. Si è fatto mecenate, con tutti i danni che questo equivoco può ingenerare. Al dominus non si possono negare favori perché a lui spettano spesso lo sviluppo e la messa in scena di unopera, la nascita di un dipinto o di un complesso marmoreo. La piccola differenza con il Medioevo e i secoli successivi è che ci troviamo nel Ventunesimo secolo, nellera del digital divide e del neo liberismo. Caso ha voluto che Roberto De Simone non appartenga alla razza dei clientes e che - gliene rendiamo atto - si è forse stancato di essere "umiliato e offeso" da logiche spartitorie, da decisioni prese per fornire posti e direzioni a uomini di partito. Non sappiamo quanto si trascinerà lannosa querelle. Ci piacerebbe che il diniego di De Simone suonasse non tanto (e non solo) come uno squillo di rivolta, quanto come una chiamata al risveglio di una classe intellettuale e artistica che spesso supinamente è venuta meno al suo ruolo perdendo la propria autonomia con laccettare di volta in volta consulenze, patrocini, direzioni, prebende dogni tipo da parte del potere. Lintegrità e la libertà intellettuale di chi opera nella società sono fondamentali per poter chiedere alla classe politica di essere migliore; la cultura e lo spettacolo sono, come dovrebbe essere anche il giornalismo, le nostre sentinelle. Se vengono meno al loro ruolo qui il tempo della barbarie non potrà mai aver fine.