Caro assessore, nonché amico e collega Pasquale Belfiore, ti scrivo questa lettera aperta perché non mi riesce più di sopportare lipocrisia di tante situazioni che si sono determinate e incancrenite a Napoli, oltre ogni misura. La prima è la seguente. Come saprai, denunciai già tempo fa lo sconquasso che sta per produrre il progetto di Alvaro Siza in piazza Municipio, dove lo sventramento (pardon, "smontaggio") delle mura vicereali, effettuato con ogni (inutile) cura prelude allapertura di uno squarcio che dovrebbe consentire il passaggio più agevole dei fruitori della metropolitana tra le due stazioni. E dove la previsione che si può leggere dalle poche tracce di progettazione pubblicamente note (il progetto è infatti secretato presso gli stessi "uffici pubblici", che di pubblico hanno ormai solo la funzione, non certo la trasparenza) mostra la volontà di sostituire alla sequenza delle antiche mura di fortificazione una grande piazza, che snaturerà i rapporti storici tra Castelnuovo e la città. Ma la questione che più mi sta a cuore riguarda il palazzetto angioino della famiglia Del Balzo, lentamente riemerso nella sua vasta estensione e nel suo prezioso corredo di affreschi originali e di stemmi, di poemetti dedicatori e quantaltro di fianco e di sotto. Su questa questione, mentre mi viene negato fino a oggi ogni accesso al cantiere, pur avendolo io richiesto, nella mia qualità di studioso e ordinario di Storia dellarchitettura ï perché mi sono permesso di indicare in pubblico lopportunità della conservazione in situ dellimportante manufatto al direttore generale Roberto Cecchi, commissario alle metropolitane di Roma e Napoli ï si procede praticando un assurdo smontaggio delle strutture murarie, con inevitabili danni determinati proprio dalla procedura adottata. In questo caso la perizia tecnica e la prontezza amministrativa hanno fatto ancora una volta cilecca, perché ï nel timore che il tempo occorrente per lo studio e lapprovazione di una variante efficace a tutelare il palazzetto dovera, fosse eccessivo per il cronoprogramma dellAnsaldo ï si è preferito lasciare le cose come stanno, fingendo unabilità tecnica, quasi funambolica, che nessuno sano di mente può considerare praticabile in quel luogo, con quelle strutture, senza operare linevitabile sacrificio di una parte di quelle preziose testimonianze, già messe in crisi dai movimenti di cantiere condotti inizialmente senza conoscerne lesistenza, e moltiplicandone così anche i costi. Ora, io chiedo allassessore, allamico, allarchitetto e al docente, se non ritiene che il committente, cioè il Comune di Napoli, non debba ï anche solo sulla base di quelle segnalazioni ï operare in ogni modo affinché quelle testimonianze siano salvaguardate e ne venga prioritariamente garantita la conservazione, ottenendo le modifiche progettuali che in ogni paese civile seguono a simili scoperte. So che il comitato di settore per i Beni culturali si è espresso per ora a favore dello "smontaggio"; ma non è anche questa una manifestazione dellindifferenza scientifica e tecnica che sembra ormai prevalere nel nostro infelice tempo, in cui le posizioni culturalmente qualificate e tecnicamente responsabili sono tenute in non cale, o peggio trattate come chiacchiere senza senso e soprattutto come estranee alle pratiche esigenze? E non sarebbe stata questa unoccasione di dimostrare, da parte del Comune di Napoli, unattenzione e una premura ben più attente del dettato ministeriale? Insomma, mi chiedo e ti chiedo, quale cultura, che ancora voglia chiamarsi con questo nome, può trascurare di occuparsi di una simile questione, e soprattutto tollerare che su ciò si stenda un velo di timoroso silenzio? Non è lUniversità il luogo nel quale simili problemi dovrebbero essere ricondotti? E dove sono gli esperti chiamati a dare il loro parere, perché non ne conosciamo le relazioni e le raccomandazioni? Perché tutto ciò che riguarda la nostra città deve sempre passare sotto silenzio, se non per apprendere, in ritardo rispetto a qualunque forma di partecipazione attiva, che la tale cosa o la tal altra sono state decise, nella imperscrutabile "riservatezza" degli uffici e dei responsabili della pubblica amministrazione? Sono, come vedi, semplici domande, che attendono risposte altrettanto semplici; domande che muovono dallindignazione di tutti quelli che potrebbero, nel prossimo futuro, essere motivati a un cambiamento politico tanto repentino quanto irragionevole; e almeno altrettanto incerto quanto la vicenda che si avvia a conclusione. Al contrario, una manifestazione di trasparenza, un diverso processo decisionale, un tentativo di coinvolgimento attivo, avrebbero fatto la differenza. Ma forse, come dice Pannella, ci avviamo ormai verso un partito unicoï