Quando molti anni fa apparve la Storia della letteratura italiana (Garzanti) la presentazione che visi fece di Mario Praz, curata dal suo vecchio amico Emilio Cecchi, mi sembrò piuttosto riduttiva. Non così a Praz che restò sorpreso dalla mia sorpresa. Forse esageravo: in quelloccasione Cecchi si era limitato a riproporre (nel volume IX, pagg. 681-683) una sua recensione de La casa della vita e dunque è comprensibile quel suo giudizio: «Una specie di sublimazione delloggetto indipendentemente dalla bellezza artistica delloggetto stesso e del suo significato; in altri termini si potrebbe parlare dì una specie di vero e proprio feticismo». Ora, siccome questa mania possiede anche me, risulta comprensibile la mia irritazione per quel che consideravo uningiustizia verso lamato professore. In verità Cecchi parla solo di un «bello e strano libro» e non della sterminata opera di Praz: a questa accennava Natalino Sapegno (a pag. 893 dello stesso volume) in termini assai lusinghieri: «Domina da gran signore tutta la cultura inglese e insieme allarga il suo interesse a tutte le altre letterature europee e alla storia dellarte e del gusto con una curiosità insaziabile». Eravamo nel 1969, Praz aveva settantatre anni e gliene restavano ancora più di tredici su questo pianeta inquietante. Dalla sua morte è trascorso un altro quarto di secolo e il suo prestigio non ha fatto che aumentare, forse più di quello dei suoi giudici di allora. Ma Cecchi fu veramente troppo severo? Se si esamina in buona fede lo stile e il dire dellautore diPesci rossi e di molti altri testi incantevoli si converrà che Cecchi fu, come Praz, grande fabbro della parola, chiaro nei concetti, erudito nella disamina, poetico qua e là. Cecchi aveva visto bene: un che di cerimonia funebre e dirito ossessivo permane comunque in quanto Praz fece nella sua bizzarra autobiografia, ma ai miei occhi, anzi al mio cuore, nulla vè di negativo in queste sue inclinazioni, e vorrei qui usare laggettivo lirico oltre che quello di allucinato. Per me e per molti altri, credo, gli scritti del grande anglista (come lo si chiamava spesso non volendo pronunciare il suo nome per oscuri timori) restano insuperati non solo in Italia ma nella cultura occidentale come lo sono gli scritti di Longhi e di altri allievi ideali di DAnnunzio (dannunziano fino a ieri laltro era una qualifica negativa in un nazione zeppa delle più banali caricature del grande vate non più letto da alcuno). Ma badiamo adesso allo specifico. Pochi anni dopo la scomparsa di Praz lo Stato acquistò la sua raccolta e per una serie dì fortunate circostanze essa poté essere reinstallata nel suo ultimo alloggio a Palazzo Primoli. Purtroppo dunque non eravamo più fra le mura magate di Palazzo Ricci avia Giulia dove Praz visse la parte migliore della vita. Tutto venne sistemato allincirca comera negli ultimi anni della sua esistenza ma, lo si sa, nulla è mai identico a come è stato; mancano allappello un paio di centinaia di oggetti trafugati subito dopo la sua morte e soprattutto manca la sua presenza, il suo conversare lento e preciso, lo humour bonario e pungente, il burattinaio, in una parola. Tutto si svolgeva in quellinterno non più incantato ma civilissimo, arheno, caustico alloccasione. In quelle stanze - non in «quella reggia» come intonerebbe Turandot - Patrizia Rossazza, per nostra buona stella protettrice del Museo Praz, ha curato una piccola mostra, «Napoli 1836». In essa si prova a ricreare un interno della regina Maria Isabella di Napoli, seguendo la puntuale (forse fin troppo puntuale) descrizione di un dipinto di Vincenzo Abbati (firmato e datato, appunto, nel 1836) appartenente alla raccolta di Praz. Di quella stanza e di quel quadretto oggi sappiamo tutto, proprio tutto, e non potrò fare nemmeno una boutade perché la signora Rosazza, a cui tutti siamo grati, giustamente non lo gradirebbe. La stanza reale, ubicata in una palazzina del parco di Capodimónte, appartenuta al fastoso ministro di Ferdinando IV, il Duca di Gallo, è diventata qui, nella vedovanza della regina Isabella (una nanetta libidinosa, brava figlia di sua madre, MariaLuisa di Parma amante di Godoy e consorte fedifraga di Carlo IV di Spagna, padre quasi certamente putativo della nanetta della nostra teletta) il salotto di una pensione di bon ton per turisti inglesi e tedeschi. Lunica cosa incantevole di questo ambiente borghese con pochi libri e molti ninnoli leziosetti è la sua atmosfera calma,conunabellaveduta di alberi e diverde in lontananza, forse uccelli canterini, qualche rumore umano in sordina. A Napoli regnava il figlio di Isabella, il corpulento ma intelligente Ferdinando II; a Vienna comandava il cancelliere Metternich: per altri dodici anni, fino al48, tutto rimase in ordine, che noia tutti questi mobili di frassino alla tedesca, che noia questi quadrucci tristanzuoli. Daltra parte i limiti mentali di Isabella, checché ne dica il catalogo, erano più ristretti dei suo corpicino adiposo e desideroso di ruvide carezze. Si sa che il re suo figlio fu costretto a farla risposare con un uomo perbene di gradevole aspetto, Francesco del Balzo, che riusciva a spengere, pare con fatica, i di lei fuochi. Dobbiamo rimpiangere questepoca? Forse. Al teatro San Carlo si ascoltava della bella musica, Rossini trionfava ma forse per molti sarà stato più divertente il boogie woogie di un secolo dopo. Qualche mese falebenemerite Edizioni di Storia e Letteratura hanno pubblicato lInventario fotografico delle opere esposte del Museo Praz anchesso curato da Patrizia Rosazza Ferraris: trecento pagine e ottocento fotografie, forse non eccezionali ma praticamente regalate per 39 euro. Non si potrebbe far meglio ed è un esempio di sintesi informativa che decine e decine di istituzioni italiane dovrebbero seguire. La curatrice dà qui il meglio di sé e ho fatto fatica a trovare qualche inezia. Faccio un solo esempio. Lopera del catalogo n267 non è a mio avviso di Teresa Talani, che era una glittografa: parlo di un suo ritratto di Lady Hamilton nel British Museum (vedi Il Gusto dei Principi, a pag. 169) di cui il 267 è una trascrizione in porcellana forse di Filippo Tagliolini. Il catalogo è anche utile perché si nominano molti antiquari e rigattieri che fornirono a lungo Mario Praz. Peccato non aver riportato anche i prezzi pagati che risultavano tutti annotati dal collezionista. Un mondo che comincia a diventar lontano. Quanti ricorderanno, fra qualche anno, lo spirito acuto e il profilo cesareo di Mario Cellini (fratello meno famoso di Pico), il solo dente rimasto alla signoraTrincheri che vendeva mobili napoletani in via del Babuino, laria remota della signora Querzola che gestiva una bellissima libreria dove si trovavano anche disegni e rilegature squisite, ó i quadri che passavano fra le mani del padre di Giuliano Briganti, Aldo, quando viveva a Palazzo Ricci proprio accanto a Praz? O «Napoli 1836. Le stanze della Regina Isabella», a cura di Patrizia Rosazza Ferraris, Roma, Museo Mario Praz, fino al 29 marzo. Catalogo De Luca Editori dArte; «Museo Mario Praz. Inventario topografico delle opere esposte», a cura di Patrizia Rosazza Ferraris, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma.