Intervista a Hilla Becher. Le foto sue e del marito Bernd sono esposte a Bologna Fino al 19 aprile, le due ampie sale centrali del Museo Morandi di Bologna sono consacrate alle opere di Bernd e Hilla Becher, capiscuola della nuova fotografia tedesca che ha avuto la sua culla a Düsseldorf a partire dagli anni Settanta. Il visitatore si lascia alle spalle le atmosfere assorte delle nature morte dipinte e incise da Giorgio Morandi, e si trova dinanzi a immagini seriali di edifici di archeologia industriale composte in griglie ortogonali per "tipologie", come le definiscono gli autori: fornaci, silos, gasometri, serbatoi dacqua, altoforni, ritratti frontalmente, nellarco di oltre una quarantina danni, in rigoroso bianco e nero, senza che presenza umana o meteorologia o orizzonte riveli una stagione, o unepoca o i lineamenti di un paesaggio. Sono puri segni di una modernità in estinzione, i cui caratteri ritornano, con enigmatica ripetitività, da un paese allaltro, dal Germania allOlanda, dal Belgio alla Francia, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, testimonianze di una ricognizione sistematica che apparenta Bernd (scomparso nel 2007) e Hilla Becher ai più lucidi esponenti dellarte concettuale. Signora Becher, quali sono i principali elementi di collegamento tra il vostro lavoro e lopera di Morandi? «La centralità delloggetto, che Giorgio Morandi ritrae in maniera diretta, chiara, semplice. Lidea di esporre le nostre fotografie nel museo che ospita un così gran numero di sue opere mi ha appassionato, perché entrambi, sia io che Bernd abbiamo amato molto la pittura di Morandi, il suo atteggiamento, la sua indipendenza: in ogni momento Morandi è stato se stesso. Anche a noi piace far sì che gli oggetti parlino da soli, in maniera diretta. Non amiamo le interpretazioni, e non vogliamo restituire una qualche atmosfera». Ritrarre gli oggetti senza alcuna interferenza emotiva: è per questo che nelle vostre fotografie non vi è nulla che consenta di identificare la stagione o lora in cui è stata scattata? «Esattamente. Nelle nostre immagini lunica cosa che accade è la visione delloggetto. E questo è anche ciò che Morandi fece, dipinse senza ricercare effetti particolari, e perciò seppe ottenere risultati di grande suggestione». Bernd Becher, suo marito, iniziò come pittore. Perché abbandonò la pittura e scelse la fotografia? «Perché amava gli oggetti più di quanto non amasse dipingere. Amava i dettagli, e i dettagli si modificano in breve tempo. Perciò scelse la fotografia. Era anche un collezionista di vecchie fotografie dellOttocento. Le trovava fantastiche. Allepoca dei suoi esordi la fotografia era astratta, la pittura era astratta, ogni linguaggio tendeva allastrazione. Non era di moda voltarsi indietro, guardare alla fotografia dellOttocento. Ma a Bernd e a me, appariva come un linguaggio estremamente puro e preciso. E così abbiamo imparato a fotografare come lavrebbero fatto i fotografi del XIX secolo. Solo più tardi, negli anni Settanta, questo tipo di lavoro fu definito concettuale. Non è una definizione che noi amiamo particolarmente. Quasi ogni cosa è concettuale, no?». In mostra vi è una tipologia, le fornaci di calce, il cui profilo ricorda in maniera molto suggestiva le nature morte di Morandi. Le fornaci appaiono come enormi bottiglie verniciate. «È vero, sono molto simili. Sono costruzioni industriali molto vecchie, rimaste solo in Olanda. Hanno una forma molto speciale, per noi, proprio perché è così anacronistica. Sono strutture di pura funzionalità. Questi vecchi edifici non sono considerati "belli" nel senso classico. E invece per noi lo sono sempre stati». Guardando le diverse serie ordinate sulle pareti, è evidente la ricerca di un ritmo, creato dalle varianti tra unimmagine e laltra. Quale è stata linfluenza della musica nel vostro lavoro? «Molto grande. Siamo stati molto influenzati dalla musica, e anche dalla coreografia. Se si ascoltano Bach, o Vivaldi, è evidente come la loro musica si sviluppi su strutture di base, che consentono infinite variazioni. E ciò che abbiamo cercato di creare con il nostro lavoro. Bach è il mio compositore preferito, infatti... ma amo anche il jazz, per lo stesso motivo, perché limprovvisazione si innesta su standard predefiniti». Comè proseguito il suo lavoro dopo il 2007, dopo la scomparsa di Bernd Becher? «Allinizio pensavo che avrei smesso di fotografare, e che avrei inventariato, catalogato, messo in ordine le fotografie fatte fino a quel momento. Ma non è divertente. Mi piace così tanto fotografare. E così riprenderò a farlo. Posso fotografare altro, i paesaggi, ad esempio. Nei prossimi giorni partirò per lInghilterra del Nord. E porterò la macchina fotografica».