I ciclopi dall'occhio solo, le sirene, il dio Giano bifronte esistono e sono fatti di carne umana. Chi li ha visti ha inventato i miti per giustificare lo scandalo della loro esistenza. Chi ne vuole la prova e guardare negli occhi chiusi un piccolo Giano dalle due facce offese, non deve far altro che salire per via San Paolo o scendere con la metropolitana a piazza Cavour ed arrampicarsi sulla rampa per l'ospedale degli Incurabili. Passato il cortile dell'ospedale, nascosto nell'istituto di Anatomia Umana, si trova un museo che nel suo genere è il più grande e fra i più dimenticati del mondo: il museo anatomico. Secoli di sofferenza umana conservata nella formalina o pietrificata con il segreto di tecniche perdute sono lì a dimostrare, appunto, che tutto quello che credevamo un mito è la realtà. Realtà di dolore. In vasi trasparenti ci guardano e si fanno guardare piccoli esseri umani che alla vita del mondo non erano destinati. Destini misteriosi che la natura ha interrotto dopo tre, quattro, sei mesi dalla prima scintilla offrendoci lo scandalo di esistenze inconcepibili: complete nonostante deformità crudeli raccontate e trasfigurate nei miti più antichi. Non cari a nessuno tranne che alla scienza durante i secoli sono finiti qui, bimbi offesi, soli o allacciati in abbracci tenerissimi con gemelli fatti della loro stessa carne. Il conservatore li ha fermati per lo più nell'atteggiamento in cui li ha trovati la morte. Atteggiamenti che ci parlano di una vita affettiva completa che solo l'ingresso nel mondo avrebbe distrutto. Vite che avremmo reso mostruose. Moltissimi fra loro sono femmine. «Ma questo museo non parla della morte»: il professor Vincenzo Esposito, ordinario di Anatomia e direttore del museo anatomico, vede "questo posto" come un'unica, universale, «lezione di vita». Per spiegare meglio ti fa leggere una frase («la più bella») fra quelle lasciate dai visitatori sul registro: «Siamo tutti umani molto amati» ha scritto una giovane giapponese prendendo di petto l'italiano scritto. «Qui impari che la vita non si misura dalla sua lunghezza o dalla sua efficienza» dice Esposito che da scienziato ha ascoltato cantare le sue piccole sirene tanti anni fa ed ancora oggi le ascolta con l'amore che meritano. «La vita è anche dolore senza spiegazione. Ed anche così era - è - bellissima». Un medico, uno scienziato, un innamorato. E finanche un restauratore. Esposito si muove fra gli scaffali di legno e vetro, carichi di storia dell'anatomia pietrificata in reperti o codificata in alcuni dei testi più prestigiosi ed antichi: di sua mano, assieme a sei studenti che non perdono una di queste straordinarie lezioni, restaura le splendide cere anatomiche firmate da grandi del '600. Facce gonfie, occhi tumefatti o macchiati, addirittura reticolati, bocche deformi, ventri materni aperti: il catalogo di queste stupende cere ci riporta a malattie (ed epidemie) ormai estinte «almeno in società in cui la cura dell'igiene ha i nostri parametri» spiega il professore. Quel che l'uomo ricorda è la sua ricchezza. Ed è incredibile la vivacità dei ricordi di quelle epoche in cui la scienza medica rinasceva dalla dissezione di cadaveri. Qui, fra i tanti, è presente il fantasma di Andrea Vesalio, il belga Van Wiesel, il padre dell'anatomia moderna che nel '500 gettò via dodici secoli di nozioni accettate con il suo "De humanis corporis fabrica": qui a Napoli ha lasciato un pezzetto, un omero, di quel primo scheletro umano che preparò per dire alla scienza ufficiale che bisognava ricominciare tutto daccapo. Quasi la stele di Rosetta dell'anatomia. Pochi passi dopo ci si imbatte nel mistero di Efisio Marini, genio sardo che cercò di barattare le sue formule per conservare intatti i tessuti umani con una cattedra universitaria. Napoli ama i geni, di rado li promuove; Marini non ebbe mai la sua cattedra. Al museo anatomico resta il prodigioso catalogo di storture e deformità che Marini conservò alla medicina così come si aggirarono per la Napoli dell'800. I quaderni con le sue formule segrete riemersero nel '900 per perdersi nel corpo di Napoli che nasconde e, forse, conserva. Che il corpo di Napoli protegga anche questo museo dai pochi finanziamenti e dalle mille necessità. Finora lo preserva l'amore di chi ne ha fatto la sua missione.