L'INTERVISTA Parla la direttrice del Mart il museo del contemporaneo che da Rovereto si è imposto come prestigioso polo culturale Con una programmazione ultradecennale alle spalle, progettato da Mario Botta, diretto da Gabriella Belli, il Mart - Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, 14.500 mq di superficie totale, tre sedi, inaugurato a metà dicembre 2002 - è l'ultimo nato tra i musei darte contemporanea in Italia, a quattordici anni dall'apertura del Pecci di Prato. Impostosi fin da subito come struttura polifunzionale in grado di ritagliarsi una riconoscibilità europea, grazie a un'ampia collezione che annovera opere prestigiose delle avanguardie del primo Novecento (con un nucleo consistente dedicato agli artisti locali, a cominciare da Depero) e una serie di capolavori internazionali del minimalismo, della pop-art, della transavanguardia, della land-art fino ai giovani artisti italiani (come i nostri Perino e Vele), costituisce un sito museale configuratosi come moderno attrattore culturale, capace d'innescare un rilancio del territorio, proponendo l'arte anche come volano economico. E mentre a Napoli si lavora per localizzare al palazzo Donnaregina il museo d'arte contemporanea, chiediamo a Gabriella Belli di illustrarci l'esperienza del Mart, utile a tracciare le linee guida necessarie per porre le basi per un nuovo museo. Quali dovrebbero essere gli elementi distintivi di un nuovo museo di arte contemporanea con caratteristiche adeguate per entrare nel circuito dell'offerta culturale e turistica europea? «Nel caso di una città di grande tradizione come Napoli esiste un tessuto sensibile al contemporaneo e quindi fecondo: nella vostra città sono state fatte cose straordinarie e in particolar modo promosse dai privati. Il pubblico è stato latitante a lungo, ma se oggi finalmente c'è un impegno da parte delle istituzioni nell'assumersi la responsabilità della nascita di un museo, io credo che lo debba fare dando seguito ad una vocazione già tracciata». Cioé, in questa fase di preparazione a che cosa si dovrebbe puntare secondo lei per dar vita al museo napoletano? «Ragionando in generale sulla situazione museale, secondo me non va dimenticato che in Italia abbiamo sempre più bisogno di musei e sempre meno di eventi. Occorrono luoghi di studio, di ricerca, officine di dibattito e di riflessione critica. C'è bisogno di partire da collezioni permanenti; e quindi dobbiamo, a mio parere, arrivare ad una riconversione di molte energie economiche ora destinate al transitorio». Quindi quale sarebbe, secondo lei, la priorità di fondo? «La museografia italiana ha bisogno di sedi di metabolizzazione e di meditazione dell'arte, e non solo eminentemente luoghi del vedere e del turismo culturale. La museografia ha la dignità di una scienza e non può essere l'esplicitazione del pensiero di un singolo direttore. Personalmente punterei alla costruzione di una collezione organica che includa anche artisti locali senza rinunciare a un alto profilo internazionale». Progetto culturale e progetto di fattibilità economica dovrebbero viaggiare paralleli? «Certamente. Entrambi costituiscono le basi per un museo che verrà, da questi elementi fondamentali si evince la lungimiranza e la sostenibilità di un progetto complessivo». Come avete affrontato il problema del budget, progettando il Mart? «Nel nostro caso ci furono due progetti economici. Il primo stilato dal professor Pilati della facoltà di Economia di Trento, autore di un documento puntuale, ricco di proiezioni di bilancio. La Provincia, in realtà non essendo intenzionata a finanziare il museo, si rivolse alla Bocconi per verificare la praticabilità dell'investimento (50 milioni di euro, ndr). La risposta fu positiva». Al momento il progetto napoletano è accentrato nelle mani della Regione che non ha interpellato, finora, altri soggetti. E normale o atipico? «Potrebbe andare per cominciare, ma ci vorrà pur sempre un conto delle spese. Il dibattito va assolutamente esteso a università, accademie, impresa, anche perché oggi, anche se la cultura non si misura con i numeri, deve comunque costituire un investimento capace di fornire profitti sia in termini di crescita che di potenzialità della società». Quali sono le competenze di un direttore? «Deve stringere alleanze, stilare progetti scientifici in particolar modo aderenti al patrimonio locale e possedere capacità "profetiche" interpretando i "segni" del presente. Servirsi esclusivamente di comitati istituzionali e di gruppi di lavoro è limitante: è opportuno individuare rapidamente una persona fisica che si assuma tutte le responsabilità del caso».