I suggerimenti e le proposte per migliorare la gestione dei nostri beni culturali sono sempre utili e credo di avere dimostrato in questi anni di averli presi in considerazione senza alcun pregiudizio. L'articolo pubblicato la scorsa settimana dal titolo «Beni culturali, tagli non d'autore», lungi dal formulare qualche suggerimento, è invece un'esemplare raccolta di "sì dice" che determinano disinformazione e anche un danno autoiesionistìco all'immagine del Paese. Viene di nuovo raccontata la trottola, già abbondantemente smentita, del soprintendente Paolucci costretto a venire a Roma col cappello in mano per pagare la bolletta della luce degli Uffizi ridotti al buio, e si afferma nel titolo che negli ultimi due anni le decurtazioni ai Beni culturali sfiorano il 40 per cento.Naturalmente, non si riporta uno straccio di dato che provi questo fatto. Peccato che i bilanci del ministero per i Beni e le attività culturali siano di segno opposto. 11 bilancio del ministero è passato da 2.102.267.000 euro nel 2000 a 2.196.711.000 euro nel 2004. Non solo, ma in questi due anni sono comunque aumentate le aperture al pubblico dei musei e delle biblioteche e l'amministrazione dei Beni culturali ha garantito sempre più servizi ai cittadini, grazie anche alla positiva collaborazione dei privati. Cosa è successo, allora? Certo, una delle voci del bilancio dei beni culturali, e cioè le spese dì funzionamento per beni e servizi (dalle bollette per l'energia elettrica e il telefono, ai servizi di pulizia, al rimborso delle missioni) è stata ridotta, passando da 151.340.387 euro nel 2000 a 113.755.645 nel 2004. Ma questa è una tendenza cominciata molto prima del Governo Berlusconi che deriva dall'applicazione in tutti i ministeri, e da parte di tutti i governi dalla metà degli anni Novanta, di criteri di contenimento delle spese generali necessari per rispettare i parametri di Maastricht e consentire l'adesione dell'Italia alla moneta unica. In questi anni, con grande spirito di iniziativa e di abnegazione, i soprintendenti e i direttori di musei e istituti culturali hanno dunque dovuto ingegnarsi per sopperire alla diminuzione di trasferimenti con nuovi introiti, dai biglietti d'ingresso ai servizi aggiuntivi della Legge Ronchey. Una voce molto importante, questa, che dal 2000 al 2004 è cresciuta del 20, dimostrando l'interesse del mondo privato a investire nel settore culturale a tutto vantaggio dei cittadini, che nei musei dello Stato possono avere servizi di ristoro, visite guidate e bookshop. Da questo punto dì vista è stato molto importante il regolamento da noi recentemente approvato che consente autonomia finanziaria e contabile ai poli museali. Naturalmente un impulso a migliorare sia le capacità di attrarre nuove risorse, sia la capacità di razionalizzare l'allocazione delle risorse esistenti potrà venire dalla riforma del ministero. Con la riforma infatti si istituisce un dipartimento per l'Innovazione e la ricerca, che avrà tra i suoi compiti quello di sviluppare le polìtiche del personale e della formazione e quello di modernizzare i servizi al pubblico, innovando dai siti Internet al merchandising, da un più attento marketing a nuove forme di valorizzazione. Contrariamente a quanto si afferma nell'articolo, dagli anni Novanta abbiamo ereditato una notevole quantità dì problemi irrisolti. Ad esempio il blocco delle assunzioni, e una nota positiva arriva dal recente provvedimento del ministro Mazzella, che permettendo nuove assunzioni nei Beni culturali consentirà di ricominciare a immettere energie nuove nella tutela del patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico. Inoltre abbiamo ereditato un'incredibile incapacità di gestione che è testimoniata da un dato emblematico: al mio arrivo i residui passivi, cioè i soldi disponibili per investimenti ma non spesi, ammontavano al 65 per cento. Per questo con la riforma abbiamo voluto rafforzare il controllo di gestione. Infine ricordo che questo Governo ha istituito la società Arcus, che avrà il compito di gestire il 3 delle risorse dedicate alle nuove infrastrutture che verranno destinate ai settori dei beni e delle attività culturali. Solo qualche giorno fa il ministro Lunardi ha ricordato che il 3 applicato al piano delle opere pubbliche contenute nella legge obiettivo significa circa 3,6 miliardi di euro disponibili per rafforzare gli investimenti in cultura. Non rispondo alle accuse sull'elevato tasso dì ginecizzazione del settore, perché le ritengo in tempi di pari opportunità francamente irricevibili. Concludendo, i problemi esistono, ma questo Governo ha voluto affrontarli con riforme strutturali. Adesso c'è bisogno del contributo dì tutti per applicare bene queste innovazioni e per verificare se occorrono ulteriori aggiustamenti, Quello che non serve è utilizzare il tesoro degli italiani, cioè l'incomparabile patrimonio storico, artistico e paesaggistico che abbiamo ereditato, come terreno di scontro ideologico, con polemiche faziose e campagne costruite sulla menzogna e sul pregiudizio. In questo caso l'unico risultato è quello di danneggiare non il ministro prò tempore o il Governo, ma l'immagine del Paese, che è legata in maniera inscindibile all'immagine dei nostri beni culturali.