La clonazione delle «Nozze di Cana» di Veronese realizzata più di un anno fa dalla bottega di Adam Lowe nel refettorio della Fondazione Cini di Venezia aveva anche un significato estetico: consentire, attraverso la riproduzione dell'opera, una più completa fruizione dell'aula palladiana di cui l'opera, trafugata da Napoleone, era la quinta originale. La riproduzione delle tele di San Luigi dei Francesi di Caravaggio in un nuovo «museo virtuale » a Caravaggio (Bergamo) è un'operazione concettualmente diversa: siamo di fronte alla clonazione di opere custodite nel loro spazio in un luogo diverso. Insomma, qualcosa di simile a quanto accaduto a Las Vegas, dove sono stati costruiti hotel che riproducono quasi in scala la piramide di Chefren, il Palazzo Ducale di Venezia, la Torre Eiffel di Parigi e così via. Se nel primo caso, la clonazione è un falso al servizio di un'osservazione più completa di un originale (il refettorio di Palladio), nell'altro siamo di fronte a un falso per un'osservazione artificiale. E ciò ci conduce in una situazione ben diversa dalla benjaminiana «riproducibilità tecnica» (1936) che «emancipa per la prima volta l'opera d'arte dalla sua esistenza parassitaria », ovvero quella dell'originale e della sua «aura», come è nel caso del disegno industriale. Siamo di fronte, invece, al rischio di un businness della clonazione delle opera d'arte, di cui l'Italia che non è Las Vegas e conserva gli «originali» non ha bisogno. Specie se gli originali sono «consultabili», ovvero visibili nel loro luogo e necessitano di fondi per la conservazione. E questa è una preoccupazione fatta propria anche da alcuni curatori dei principali musei del mondo, come mostra un'accurata inchiesta condotta da Paolo Serafini su «Il giornale dell'Arte ».