"Qui sotto non si può restare a lungo, perché si sviluppano dei gas fortemente tossici», avverte Marina Magnani, della soprintendenza archeologica di Roma. Qualsiasi sfogo, ogni apertura, sono stati sigillati negli Anni Venti. Motivi di sicurezza: qui sopra, dal 1925 al '43, ha abitato Benito Mussolini, cui Giovanni Torlonia aveva ceduto la propria villa, ritirandosi nella Casina delle Civette. «Pronto un primo tubo d'aerazione: abbiamo riaperto un ex lucernario». La sezione percorribile delle catacombe si sviluppa per un chilometro; ma altri bracci secondari sono chiusi, e altri ancora mai nemmeno perlustrati. Ai due lati delle gallerie nel tufo, le maggiori rischiarate da un recente impianto elettrico, c'è un'ininterrotta teoria di cubicoli dipinti, loculi e colombari, disposti su cinque piani, a pochi metri sottoterra; quelli aperti, mostrano spesso ossa, e perfino teschi. Qui sul muro, una deliziosa piccola testa femminile in marmo, di tipo ellenistico; lì, un locale di tre metri per tre, alto due e mezzo, dal soffitto a quattro vele che ridonda di figurazioni: svariati delfini; più lontana, una menorah, il candelabro a sette bracci che è simbolo dello Stato d'Israele. Perché questa, sotto Villa Torlonia, è la sola catacomba ebraica, in terreno pubblico, di tutto il mondo occidentale. A Roma ne esiste un'altra, sull'Appia a Vigna Randanini; ma è dei Gallo di Roccagiovine, che hanno dato autorevoli monsignori di curia alla Santa Sede: apre soltanto un giorno al mese. Le altre cinque, che ancora esistevano nel secolo scorso, distrutte. Solo al Sud della Penisola, a Venosa, Siracusa, Sant'Antioco, esiste qualcosa di simile (ma è inagibile, non visitabile); e poi, a Malta, in Palestina, in Libia. Entrata di Villa Torlonia dalla parte di via Spallanzani; non lontano dall'edificio principale, tra un Centro Anziani e le Scuderie Vecchie date in uso al Servizio Giardini, una scala, recintata e sbarrata, conduce sottoterra. Scavi del 1920; due diverse catacombe riunite. «Le suppellettili e le pitture ci concedono una datazione: dal II al V secolo dopo Cristo», spiega Marina Magnani. «Qui saranno sepolte mille persone», dice il geometra Francesco Capuani: si dedica al luogo dal 1980, quando le catacombe ebraiche sono diventate di competenza statale; prima dipendevano (sembra davvero un paradosso) dal Vaticano. «E nei musei del Vaticano», spiega Annie Sacerdoti, responsabile all'Unione delle Comunità dei beni culturali, «sono finiti i ritrovamenti più rilevanti». Lei, le catacombe ebraiche le ha studiate; e racconta: «Vi sono state inumate almeno centomila persone; tra loro, un figlio che, sulla lapide, la madre commemora con accenti strazianti, "Eri tu che dovevi piangere me, non io te"; un Eudoxios che faceva il pittore; una Ursacia, originaria di Aquileia; una Marcia, un Niceto che si era convertito. Su una tomba di 1700 anni fa, ricorre, per la prima volta, il nome tipicamente germanico di Sigismondo, accompagnato da un'iconografia sicuramente ebraica». Ma qui sotto, resta ancora molto: da ammirare e scoprire. Giacomo Saban mostra dei dipinti sulle pareti: «II cedro; una palma; un lulàv, fascio di cinque erbe, agitato nelle quattro direzioni durante la festa di Succoth, quella delle Capanne». Scritte in ebraico e in greco. In una delle tombe di famiglia, locali affrescati e dedicati a sepolture più signorili, è dipinto un tendaggio, che copre un tabernacolo mobile. Di sepolcri del genere ce n'è una mezza dozzina: in parte, ancora da perlustrare. A questa visita eccezionale Raffaele Squitieri, capo di gabinetto del ministro Giuliano Urbani, non è potuto venire; delega Danny Berger, già del Metropolitan Museum; e poi, in una riunione tra Ministero e Unione delle Comunità, proprio il presidente Squitieri sottolinea tutta l'importanza di questo possibile recupero: diverrebbero le uniche visitabili al mondo. Annie Sacerdoti sogna ad occhi aperti: «Un circuito ebraico, che parta dal Ghetto, dove gli ebrei s'insediano an-cor prima dello sbarco a Roma dei cristiani; le Scuderie Vecchie trasformate in un luogo al servizio delle catacombe: visite guidate, libreria, i servizi d'accoglienza». La soprintendenza ha un piano di recupero: cinque milioni di euro, in altrettanti anni. Per creare un affascinante e intrigante unicum: un'altra attrazione culturale e artistica per una città come Roma, che già ne offre più di qualsiasi altro luogo sulla Terra. Se i primi cristiani nelle catacombe venivano sepolti, ma anche si rifugiavano e pregavano, per gli ebrei questi sono solo cimiteri. A Villa Torlonia, il piano più basso è meno "ricco" di quello superiore: destinato a una comunità più povera, che viveva nell'area della Suburra. Gli ebrei nella Roma di Nerone erano 50 mila; avevano 15 sinagoghe. La più bella tomba è quella "dei delfini": tanti animali marini, anche con il tridente, cornici istoriate, l'effigie di un melograno, la menorah. Un corno rituale, lo shofàr. Loculi in parte forse mai aperti: «Prima dei lavori, si dovrà dare degna sepoltura a questi resti, ed esaminare e studiare le tombe sigillate», prevede Annie Sacerdoti; molte hanno una patina oleosa, del tutto sconosciuta; su tante lapidi sono applicati vetri colorati. Annie ricorda, a Vigna Randanini, «un bellissimo pavone dipinto; le tavole della Torah, cioè i Rotoli della Legge»; «io le ho viste dipinte anche qui», dice il geometra Capuani; ma la ricerca non dà esito. Il restauro permetterà di vedere di più e meglio; ecco l'aròn, laparte più sacra del Tempio, che custodiva i Rotoli della Legge, tra due menorah; una volta è istoriata di palmizi; sepolture divise da lesene, ornate da finti archi a calce; all'ingresso, un atrio, in cui padre Umberto Fasola, il primo a studiare il complesso, leggeva il "vestibolo", a forma absidata, per accogliere il defunto: «Il luogo del rito funebre», ritiene un'altra studiosa, Michela Vitale. Se a Roma si sono salvate infinite catacombe cristiane (per citarne alcune, dei santi Sebastiano, Callisto, Valentino, Pancrazio, Ermete, Felicita, Ippolito; quelle di Domitilla, Commodilla, Ciriaca, dei Santi Marcellino e Pietro, di via Anapo, dei Gordiani, di Pretestato, Priscilla, Generosa, Baldina, Calepodio, Novaziano), pessima fine hanno invece trovato quelle ebraiche: a San Sebastiano e alla stazione di Trastevere, perdute; alla Caffarella, colmata di cemento; di un'altra a via Labicana resta soltanto una descrizione dell'Ottocento. Ironia della sorte, l'unica non privata è quella sotto l'ex villa del duce. Forse, sta per risorgere: quasi fosse un'estrema vendetta, postuma, della storia.