L'Italia è un museo a cielo aperto che nessuno spolvera mai. Così, quando si decide di pulire, bisogna spendere un sacco di soldi. Giusto per fare qualche esempio, negli ultimi sei anni sono stati spesi venti milioni di euro per restaurare la facciata del Duomo di Milano e più di cinque per le operazioni di pulizia della Torre di Pisa, che si concluderanno quest'anno; seicentomila sono andati per i lavori della Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini a Roma, mentre altre sedici fontane monumentali, tra le quali anche la famosa Barcaccia di Piazza di Spagna, sono in attesa di essere tirate a lucido alla modica cifra di circa cinque milioni di euro. Ma restaurare un monumento esposto all'aperto non è solo costoso. Comporta anche, inevitabilmente, un danno all'opera perché, gratta-gratta, per riportare alla luce lo strato ricoperto dallo sporco, viene via sempre anche un po' di storia. Colpa delle antiestetiche e dannose «croste nere» prodotte sui materiali da un fenomeno da inquinamento atmosferico chiamato «solfatazione», che agisce come un virus: l'anidride solforosa, prodotta dagli scarichi insieme a polveri sottili, ossidi di azoto e anidride carbonica, aggredisce la pietra annerendola e trasformando il carbonato di calcio, di cui è fatta, in solfato di calcio, cioè in gesso. E il gesso, si sa, prima o poi si sgretola. Ora una ricerca italiana sembra aver trovato uno strumento in grado di diagnosticare per tempo la solfatazione, segnando con ciò un passo importante nella storia del restauro. Lo studio è frutto della collaborazione tra l'Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr), l'Istituto per le applicazioni del calcolo Mauro Picone (Iac-Cnr) e il Centro di ricerca in scienza e tecnica per la conservazione del patrimonio storico-architettonico (Cistec) della Sapienza di Roma. Confermato da esperimenti effettuati nei laboratori chimici del Cistec, è stato pubblicato sulle riviste internazionali Journal on Applied Mathematic e Journal of cultural heritage. «Si tratta di un modello matematico, il primo al mondo, in grado di misurare gli agenti del degrado in tempo reale e di prevedere, dall'elaborazione dei dati, l'evoluzione futura del fenomeno» spiega Elisabetta Giani dell'Iscr, responsabile del progetto. «Questa informazione diventerà molto utile per chi deve programmare in maniera scientifica i tempi di manutenzione». Si potrà per esempio evitare di arrivare a dover fare i soliti e costosissimi restauri riparatori quando il danno è ormai troppo avanzato. Utilizzando dei sensori, infatti, sarà possibile monitorare tutta l'opera in modo da individuare subito le zone più a rischio su cui intervenire, magari con una semplice «asciugatura» delle parti umide o con un provvedimento temporaneo di deviazione del traffico. «Abbiamo realizzato un modello matematico che che ci ha già fornito dei dati concreti sulla crescita della crosta di gesso col passare del tempo» spiega Roberto Natalini, ricercatore dell'Istituto Mauro Picone. «Utilizzando rilevazioni da inquinamento urbano negli Usa (erano le uniche complete disponibili), abbiamo visto che la crosta cresce di dieci micrometri (un millesimo di millimetro) in un anno e che, nel frattempo, c'è un'erosione di quasi tre micrometri e mezzo di materiale originario. Secondo il modello, nel periodo successivo, la crosta aumenta sempre di meno, fino a potersi considerare praticamente ferma dopo circa un secolo». Se finora quindi si pensava che il degrado procedesse secondo una legge lineare, cioè dieci micrometri il primo anno, che diventano venti il secondo e trenta il terzo, adesso sappiamo che non è così. «Quando si ripulisce un monumento, è bene dunque tenere conto di alcune cose: la prima è che il processo di degrado ripartirà da zero e con la velocità iniziale, riprendendo a consumare materiale storico». Se, per esempio, un monumento viene ripulito due volte in cinque anni, la solfatazione si mangerà più materiale storico di quanto se ne sarebbe potuto mangiare con una sola pulizia. Altra cosa da considerare è che, senza pulire, il processo a un certo punto si fermerà da solo. E dunque occorre farsi la domanda che abbiamo girato a cinque esperti del settore (nel riquadro qui sopra): dobbiamo continuare a restaurare, consumando i monumenti, oppure ci dobbiamo abituare alla patina nera, garanzia di protezione? Il dibattito è aperto. Intanto, grazie a un finanziamento di sessantamila euro del Ministero per i beni culturali, un team di sette ricercatori potrà continuare ad approfondire per un anno l'uso del modello servendosi di dati italiani reali rilevati da una centralina meteo e da un espositore con campioni di marmo, che verranno fissati sul Vittoriano di Roma agli inizi di marzo. «Visti i risultati della ricerca, abbiamo messo a disposizione il monumento: sarà interessante avere dati reali, oltre che sul marmo di Carrara, anche su quello del Vittoriano, il Botticino». E dalla loggia, lassù, sapremo anche con precisione quanto male fa il traffico. Al monumento e a noi. SMAGLIANTI O GRIGETTI. GLI ESPERTI SI DIVIDONO. Gli studi dicono che, dopo un secolo, la patina scura sui marmi non aumenta più. Conviene allora smettere di restaurarli e abituarsi ai segni del tempo, oppure continuare a raschiarli rischiando di consumarli? Philippe Daverio, Storico dell'arte: «Nel restauro quello che conta di più è la pratica. L'intuito e l'esperienza di chi opera gli consentono infatti di tenere conto di più parametri contemporaneamente, meglio di quanto possa mai fare un modello matematico. Decidere di pulire o non pulire è un fatto di sensibilità e conoscenza del monumento. In alcuni casi, per esempio, si possono usare patine protettive che, in altri, danneggiano la pietra». Caterina Bon Valsassina, Direttore dell'Istituto superiore per la conservazione ed il restauro: «Una delle scelte più difficili nel campo del restauro è decidere se, quando e di quanto intervenire su un monumento all'aperto. Avere uno strumento scientifico in grado di sostenere la decisione potrebbe risultare importante. Sapere, per esempio, se il degrado è stabile o non lo è, può servire per decidere se lasciare le cose come stanno, così da potersi dedicare a un'opera che si trova in condizioni più critiche». Achille Bonito Oliva, Critico d'arte: «Io sono contrario al restauro all'americana, quello dove tutto viene spolverato e riportato a nuovo. Se proprio si deve ripulire, questo va fatto nel rispetto dei segni che il tempo lascia. Il Colosseo, per fare un esempio, non è solo architettura ma anche memoria, una testimonianza che si fa presente e si proietta nel futuro. E dunque è un segno del tempo, e lo è così com'è». Federica Galloni, Soprintendente ai beni archeologici e paesaggistici del Comune di Roma: «Lasciare un monumento sporco significherebbe considerarlo un reperto archeologico. Il degrado, per di più, aggredisce in maniera non uniforme l'opera, facendo perdere il senso di unitarietà. Per questo bisogna intervenire, ma senza falsare il tempo: pulendo, ma lasciando che risulti il degrado naturale del manufatto, quello non dovuto all'uomo». Vittorio Sgarbi, Critico d'arte: «Mi fa piacere che un risultato scientifico confermi quello che io dico da tempo. Nelle opere d'arte c'è un colore imperscrutabile, quello che Gabriele D'Annunzio definiva 'il colore del tempo', fatto di polvere, unto, croste da inquinamento, che sono Storia. Tutte le forme di stratificazione sono una garanzia, più di una pulitura che riporta l'opera a qualcosa che non è più».