I bronzi di Riace al G8! La questione è sui tavoli del dibattito culturale e politico. Le posizioni si susseguono, con grande vivacità. La platea mediatica così attraente rende appetitosa l'occasione e frequenti le cadute di gusto. Chissà se verranno allocate sulla luccicante supernave del G8 del consocio CAI Gian Luigi Aponte? L'idea di Mario Resca, ex organizzatore di panini con hamburger e ora supermanager dei gloriosi musei italiani, sarebbe stata ispirata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (che già voleva mostrarne delle copie, senza riuscirvi, nel precedente infausto G8 di Genova). Il sindaco di Reggio Calabria è perplesso. Il consulente di Resca, Vittorio Sgarbi, è a favore dell'esposizione, come Pino Arlacchi, sociologo di Gioia Tauro, e come Angelo Comiti, sindaco dell'arcipelago sardo. La CGIL calabrese, con un vasto referendum, respinge la proposta. Da ultimo, il neo-eletto Presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, si pronuncia decisamente contro e propone le statue nuragiche di Monti Prama recentemente restaurate. Mi domando, nella contrarietà all'uso spettacolare ed estetizzante dei reperti archeologici, perché non si si sia presa neppure in considerazione la statuaria di Monti Prama, suggerendo anche la possibilità di esporre al G8 il Bronzo Getty, l'atleta attribuito a Lisippo abusivamente e illegalmente sparito dall'Italia, detenuto negli Stati Uniti dal Paul Getty Museum (magari Walter Veltroni, dopo la lettera di Obama, avrebbe potuto intercedere, ma ora mi sembra più difficile. E temo che il ministro dei Beni culturali Bondi non si orienterà facilmente su tale ipotesi). Dal punto di vista dell'evento - questo conta: rischi, conservazione, contesto territoriale sono subordinate - l'idea funziona: i grandi del mondo che si prendono cura del pianeta di fronte a due capolavori delle collezioni museali italiane, la suspence televisiva del trasporto dei guerrieri di bronzo della metà del V secolo a.C. con redditizie inserzioni pubblicitarie di compagnie di trasporto e detersivi, lustro mediatico altissimo. Una visione antiquaria e spettacolare dell'archeologia: la bellezza, il pregio, la rarità. Il capolavoro del tutto separato dal contesto storico, territoriale e museale. Se il richiamo del Presidente della Regione sarda non è di per sé infondato, è assai significativo che il primo impulso, il desiderio di Berlusconi di unire i celebri bronzi di età classica al G8 in programma questa estate alla Maddalena, pur sviluppandosi nel pieno delle elezioni sarde, non veda assolutamente la nostra cultura. Riserve provinciali di fronte all'universalità dell'arte? E se il G8 si fosse svolto ad Atene, avrebbero portato qualcosa dalla Sardegna o magari dall'Etruria? La bellezza difficilmente sarebbe la stessa, si potrebbe ancora replicare: ed è vero, perché le statue trovate nel mare calabrese di Riace, opera di Ageladas, maestro di Fidia, e di Alcamene, sono di altissimo livello; ma se è questo il criterio prevalente, siamo quindi all'antiquaria, all'arredo tronfio, alla mania di grandezza. Non sarebbe di per sé localismo voler esporre i tesori di cultura della terra che ospita il G8. Lo è maggiormente il pronunciamento di Pino Arlacchi: perché usare il G8 in Sardegna per il rilancio di quel Museo della Magna Grecia (certamente importantissimo) che la classe politica non è riuscita a realizzare in quarant'anni? E su quali criteri tale importanza, non solo strettamente archeologica ma anche di politica culturale e sociale, dovrebbe prevalere? Il pregio peraltro della cultura nuragica è fatto mondiale, anche se capiamo che serva una voglia di ascoltare salti e differenze fra classico e anticlassico (consiglio a questo proposito il magistrale saggio «Sardegna, isola anticlassica» che Giovanni Lilliu scrisse ormai sessant'anni fa), la capacità di essere orgogliosi di sentire il «barbarico» come parte della comunità nazionale. Di sapere che esiste. Oggi le statue di Monti Prama sono in corso di restauro e si impone una grande cautela nel solo pensare di spostarle. Su tale attenzione non si può scherzare. Ma, ammesso che le garanzie siano assolute, ci sono altre problematiche che non mi appaiono senza importanza. In primo luogo, se si dovesse percorrere la via espositiva sarebbe un errore significativo portare soltanto le statue: manufatti di forza prorompente e prevalente, sono frutto di un contesto più ampio. Esposte così cercherebbero solo di stupire; se punto focale ma non esclusivo di una sintetica ed organica esposizione della grande cultura nuragica, potrebbero colpire ma nello stesso tempo informare. Temo inoltre - e qua davvero ci sarebbe localismo - la mitizzazione ideologica e chiusa degli eroi nuragici e la retorica dell'identità. Emerge nel tentativo di isolarle dal mondo nell'esaltazione del valore guerriero e di presunte purezze etniche; nel rialzarne la datazione in maniera immotivata (l'ha fatto di recente anche l'ex assessore Maria Antonietta Mongiu) per poter essere i più antichi e i primi. Come se ciò contasse qualcosa. E non contassero piuttosto il grande racconto mediterraneo che scrive, nei corpi geometrici e nelle iconografie degli «aristoi» nuragici, i tratti stilistici dell'orientalizzante, a spiegare come fra l'VIII ed il VII secolo a.C. il mondo nuragico fosse in piena relazione e scambio artistico con Greci, Fenici, Etruschi. Un messaggio di apertura e di partecipazione. Un messaggio di identità. Resta una riserva infinta: il G8 è la mostra poco legittima di alcuni potenti che di fatto svuotano l'Onu senza neppure le primarie, e ancora sono responsabili di sanguinose guerre e poco virtuosi processi ambientali e traffici di armi. Non c'entra con i beni culturali come beni comuni, portatori di pace e incontro. La cultura può dare sempre un messaggio migliorativo se si vuole ascoltare, e c'è pur sempre la novità di Barack Obama. Ma il desiderio di avere capolavori dell'arte come clamorosa esibizione mi sembra davvero eloquente.