Charles Fourier, Robert Owen e Saint-Simon erano «socialisti utopisti» d'inizio Ottocento, ovvero pensatori che credevano di ottenere obiettivi di miglioramento sociale non con la rivoluzione (come poi Marx), bensì progettando a tavolino città e società ideali. Nel loro armamentario che riprendeva sia le utopie rinascimentali sia i disegni degli architetti rivoluzionari francesi del Settecento come Ledoux e Boullée c'erano i progetti di giganteschi falansteri, carceri più umane, città-giardino e molto altro. Ovviamente si trattava di utopie, e le classi dominanti non concessero mai quanto richiesto. Ma è piuttosto curioso registrare il rinascere di queste correnti (mai spente, basti ricordare i testi di William Morris o la città ideale di Arcosanti semicostruita dall'architetto italiano Paolo Soleri vicino a Phoenix) nella «città del fare», della «concretezza» in occasione dell'Expo 2015. Il progetto di una grande sfera in cui raccogliere tutte le funzioni dell'Expo per poi riconvertirne gli spazi presentata il 10 ottobre scorso al sindaco e l'altro giorno il pubblico dibattito alla città presso la Basilica di Sant'Ambrogio dal novantenne architetto Guglielmo Mozzoni sembrava dover essere rapidamente archiviata negli scaffali della storia un po' snob e délabré delle città ideali. Senonché quella che appariva come «la follia ragionata » di un «vecchio» utopista ambientalista, architetto e partigiano, sta incontrato il sostegno trasversale di Mario Botta, dell'ingegnere del Politecnico Migliacci, dello storico Carlo Bertelli, di Philippe Daverio, di Giorgio Galli e altri amici. Sia chiaro, anche senza dichiararlo, tutti i sostenitori del progetto «giocano» più sul surreale che sull'ideale. Sia quando Botta mette in guardia sulle modestie dell'architettura contemporanea in confronto al valore dell'utopia («quanto è stato costruito per l'Expo di Siviglia oggi si vende a un euro al mero quadro»), sia quando l'ingegner Migliacci afferma che per fare un numero di metri cubi pari a quelli della «sfera» di Mozzoni servirebbe «un grattacielo alto 800 metri». Ma la proposta di Mozzoni, come afferma anche con ironia Daverio, evidenzia lo «smarrimento » dell'urbanistica attuale e «la perdita di contenuti ideali nella costruzione della città», ovvero il continuo piegarsi a una prevalente logica immobiliare. Ma più dei modelli, i dati dai quali partire per ragionare su come «costruire» per l'Expo potrebbero essere l'aumento dei prezzi di vendita delle abitazioni cresciuti del 65 nei grandi comuni negli ultimi 10 anni; gli affitti cresciuti dell'85. E dal punto di vista espressivo, si può partire dalla riecheggiata riflessione del filosofo Paul Ricoeur: «bisogna diventare moderni e fare, allo stesso tempo, ritorno alle origini». Una prospettiva che nell'architettura si declina nella logica del Regionalismo critico, ovvero in un continuo processo di assimilazione del globale nel locale.