Beni culturali. Un patrimonio straordinario che in Italia, per motivi storici, appartiene in maniera significativa alla Chiesa. Un tesoro che va tutelato e valorizzato. Ma anche vissuto, utilizzato e ristrutturato. Una materia su cui Stato e Chiesa si confrontano. Se lo Stato mira soprattutto alla tutela del patrimonio artistico, storico e architettonico, conservandone il pregio e anche il valore economico; la Chiesa e i singoli enti proprietari, oltre alla tutela vogliono legittimamente disporre del bene immobile. Dal 1939 tanti gli interventi legislativi che si sono succeduti per regolare queste esigenze, fino al 2004 quando si è arrivati a una radicale riforma con l'istituzione del Codice per i beni culturali e per il paesaggio che ha introdotto il principio della «straordinaria rilevanza» per gli immobili costruiti da almeno cinquant'anni. «Sostanzialmente - dichiara Antonio Sanchez Fraga, consigliere delegato del Gruppo Re, società da 25 anni al servizio della Chiesa - ha assimilato gli enti ecclesiastici ai soggetti pubblici, dichiarando immediatamente di interesse culturale i beni o-pera di autore non vivente o la cui esecuzione risalga a oltre 50 anni. Di fatto, gli enti religiosi che vogliono disporre dei propri immobili, per ristrutturazioni o vendita, anche se non hanno particolare interesse architettonico, devono passare dalla valutazione preliminare di interesse culturale della Soprintendenza che dovrebbe dare una risposta entro i 120 giorni. Dovrebbe, perché in realtà passano mesi e mesi, a volte più di un anno. E fino alla conclusione del procedimento di verifica, la disponibilità dell'immobile è fortemente limitala. Così importanti interventi edilizi sono bloccati o slittano a una data non più utile per il fine programmato». I casi di disagi reali soprattutto in strutture religiose destinate a servizi pubblici, come le scuole, non mancano. Nei tre anni e mezzo dall'entrata in vigore degli accordi, sono state più di 5.700 le domande di verifica provenienti dagli enti ecclesiastici. E molte sono rimaste senza risposta. Alcuni esempi. In Piemonte - evidenzia Paolo Colombo, responsabile dell'area legale di Real Estate Re Spa-, una congregazione femminile che aveva stipulato un contratto preliminare di vendita di un immobile storico, ha dovuto risolvere il contratto (e rinunciare ai ricavi da destinare a opere di adeguamento delle strutture sanitarie in tutta Italia), a causa della scadenza del termine previsto dalle parti perché la verifica è durata nove mesi. Un'altra congregazione femminile del Lazio ha atteso dodici mesi prima di ricevere la dichiarazione di insussistenza di interesse culturale di un immobile degli anni '40, palesemente privo di pregio, non potendo così percepire le somme per finanziare le proprie missioni all'estero. In Lombardia, un istituto di suore ha dovuto rinviare di un anno i lavori di adeguamento dell'impianto termico di una scuola, perché la dichiarazione di insussistenza dell'interesse culturale è giunta con un ritardo di molti mesi, ad anno scolastico già cominciato. «Questi casi sono eclatan-ti - commenta Colombo -, ma rappresentano una goccia nel mare dei danni causati dalle pratiche "ferme" presso gli uffici pubblici. Tra i beni che cadono "vittime" della verifica e rimangono sospesi sono numericamente maggiori le forme di edilizia ordinaria, realizzata dagli istituti religiosi a cavallo della seconda guerra mondiale, rispetto agli antichi conventi di pregio. La sensazione, per quella che è la nostra esperienza, è che a livello normativo e procedurale qualcosa debba cambiare. Sia per tutelare al meglio il nostro patrimonio, sia per valorizzarlo con iniziative utili anche a fine sociale».