MANTOVA «Le ragazze» sono pronte. Avevano detto che in sei mesi avrebbero consegnato il lavoro finito, e ce l'hanno fatta. Sotto il solleone di luglio e in pieno inverno, inginocchiate sui talloni e arrampicate a dieci metri d'altezza, spazzolando via muffe, licheni e alghe, grattando 12 strati di tinte, usando il bisturi del chirurgo e distribuendo la malta su 500 metri quadrati di superficie. Quanto occorreva per tirar fuori dal buio dei secoli testoline di angeli, fasce di vasi ed elementi vegetali, cornici rosse e gialle intorno alle finestre e alle ghiere degli archi, tondi con santi aureolati sfingi dal volto di donna e il corpo di leone, delfini e amorini, papere e uccelli; e su fondo blu, il busto di un misterioso giovane dalla chioma bionda e fluente. Racconta Maria Chiara Ceriotti, direttore tecnico dei lavori che nel 1985 aveva collaborato al restauro della Camera degli Sposi in Palazzo ducale: «Poco, rispetto alla superficie, ma assolutamente indicativo, perché finalmente riusciremo a immaginare come dev'essere stato, ai suoi tempi, questo magnifico e immenso complesso». Era il convento di clausura delle Servite di San Barnaba e dedicato a Santa Maria della Misericordia, costruito «lungo la strada che da San Marco conduce a porta Pradella» su vecchi edifici e terreni comprati da messer Sebastiano, le «dominae » Mathilda de Garleriis e Giovanna de la Bereta, e inaugurato il 2 febbraio 1482 sotto l'auspicio del signore di Mantova Francesco II Gonzaga, che fornì le maestranze dei cantieri ducali e l'arte di Gianfrancesco Tura, pagato con «ducati vinti a soldi 93 per ducato quali sono stà sborsati per il spectabile messer Iulio»: da intendersi come Giulio Romano. Due piani con chiostro rettangolare, un ampio refettorio, una camera del fuoco comune e una di ricevimento, «parlatoi», passetti, ghiacciaia, «bugadera » per fare il bucato; grande chiesa per metà aperta al pubblico e per metà riservata alle monache. Da allora, centinaia di donne si monacarono e morirono qui, dopo solenni vestizioni e vite talora lunghissime, come attestano lapidi e documenti dentro la cripta ritrovata sotto la chiesa: 83 anni il record di suor Margherita Massimilla Gonzaga, morta il 22 marzo 1567 dopo aver messo ordine con mano durissima alla Comunità che il tempo aveva ammorbidito un po' troppo. Col suo terrificante «sacco» di Mantova, l'orda lanzichenecca aveva portato pestilenze e disordini, che impoverirono le finora riverite recluse, in certi momenti addirittura costrette a mandare le loro converse a mendicare per strada. Fino all'arrivo, non meno oltraggioso, dei vincitori francesi, che nel 1797 cacciarono tutti d'un colpo ben 12 ordini religiosi dalle loro chiese e dimore, con relativi espropri, saccheggi e ruberie di ogni genere. A partire dal monastero delle Serve di Dio, che il 17 ottobre furono allontanate dal loro convento «destinato a uso di quartiere militare, essendovi al presente uno squadrone di Polacchi ». Da allora, non una «Laude » fu cantata di notte sotto le belle volte del chiostro; mai più un virginale piedino attraversò quasi volando il prospiciente e verde rettangolo d'erba; mai più una Priora fu seppellita accanto alla sempiterna, risoluta e leggendaria Massimilla Gonzaga. Con l'Unità d'Italia, il complesso diventò la caserma e, nel secolo scorso, una scuola. Inesorabilmente, si sbreccò il pavimento in cotto del chiostro, caddero tristi e pesanti gli intonaci, le magnifiche pareti affrescate non ebbero più la minima cura; e ancora una volta, la città fu privata di una delle sue meraviglie. Fino a quando la Provincia di Mantova non decise di pensare alla grande, progettando di recuperare il complesso, di proprietà del Demanio, e farne «la cittadella della Musica», per ospitare (a piano terra e al primo piano) lo storico Conservatorio Campiani, la ricchissima biblioteca della musica (lungo la galleria sopra il chiostro), il museo degli strumenti musicali, (nella parte della chiesa aperta su via Conciliazione), un moderno e meraviglioso «auditorium », (nella parte della chiesa riservata alle monache), una più raccolta e piccola sala da concerti da camera(al piano terreno). Inaugurazione ufficiale tra qualche mese con un concerto sul prato fra le pareti del chiostro, suggestiva sala da musica all'aperto acusticamente perfetta. Con infinita riconoscenza alle maestranze che hanno lavorato con sorprendente entusiasmo, al capocantiere Gabriella dal Monte e ai direttori dei lavori Luigi Rosignoli e Carmine Mastromarino; e alle 5 «ragazze» Livia Alberti, Bettina Elten, Manuela Micangeli e Anna Tomeucci e Maria Chiara Ceriotti, fondatrice della Arke, una società di ex allieve dell'Istituto centrale del restauro: «E tutte insieme facciamo di tutto, anche i muratori», dice con un disarmante sorriso; sostenendo impavidamente che «le donne sono più tenaci e costanti anche nel lavoro più duro, siamo più brave persino nel fare la malta, che in questo lavoro abbiamo spalmato a mano, con cazzuola e spugna: esattamente come faceva Mantegna».