Espansione senza regole Cemento e capannoni hanno svuotato i centri storici I luoghi pubblici non sono più punti di incontro Gli ultimi decenni hanno registrato la dirompente trasformazione del territorio brianteo, a causa della quale paesaggi immutabili sono divenuti luoghi irriconoscibili, sottoposti a una edificazione aggressiva e senza scrupoli che ne ha mutato le specificità culturali. Una delle più gravi responsabilità della nostra generazione consiste nell'aver accettato con indifferenza questa condizione, legittimandola in nome dello sviluppo economico; ma soprattutto, nell'aver distinto le esigenze produttive dell'economia manifatturiera dalla salvaguardia dell'ambiente, come fossero entità antitetiche. Gli esempi che ci provengono dal Nord-Europa indicano invece in modo inequivocabile che con la volontà politica e una appropriata coscienza ambientale, sarebbe stato invece possibile operare nel rispetto dei quadri storici, preservando dalla cementificazione più selvaggia scenari che ancora nel primo dopoguerra, erano reputatiti tra i più belli d'Europa. La modernità potrà essere ritenuta veramente tale soltanto quando saprà porsi in piena sintonia con l'ambiente, e non in contrapposizione ad esso. Né si può affermare che lo sconvolgimento degli scenari briantei, operata in nome di una astratta idea di modernizzazione, che trasforma ogni cosa a ritmi vertiginosi, senza peraltro riuscire a dargli una forma compiuta, abbia in qualche modo contrassegnato la qualità dello sviluppo dei centri storici. Se infatti l'espansione edilizia si è dimostrata ovunque inarrestabile, quello che è venuto a mancare è il ruolo urbano, e dunque ordinatore, dei centri nei confronti del proprio comprensorio. Negli ultimi decenni gli agglomerati hanno infatti cessato di crescere in modo omogeneo attorno ai nuclei antichi, per dilatarsi senza limiti in ogni direzione. Ciò che oggi caratterizza la maggior parte del territorio costruito è dunque la perdita del centro, l'esaurirsi di quella forza di gravitazione, e di luogo privilegiato per la comunità, che ogni nucleo storico per secoli ha esercitato nei confronti delle terre di propria pertinenza. E' la piazza, il centro, che dà senso compiuto a un borgo, un paese: che lo fa grande e unico. La dislocazione periferica delle aree commerciali ha favorito il lento tramonto dei nuclei storici i quali, privati della loro propensione mercantile, si riducono spesso all'esclusiva funzione residenziale. Nella società contemporanea la chiesa, il palazzo civico, ma anche il teatro o la biblioteca, hanno progressivamente esaurito la condizione storica di luogo di incontro trasformandosi sempre più in siti elitari, frequentati da gruppi ristretti di persone. Viceversa diversi e più ludici spazi di convegno hanno oggi il sopravvento: uno in particolare ha contrassegnato in maniera spettacolare il territorio dell'intera Brianza e contraddistinto l'incertezza dei nostri anni: l'edificio per il commercio; il ricco, luccicante e opulento emporio, denominato di volta in volta, a seconda delle dimensioni, ipermercato, supermercato, grande magazzino oppure, con la locuzione che contiene implicitamente tutte le altre, centro commerciale. Con la diffusione di queste, spesso bizzarre, costruzioni ogni luogo diviene simile all'altro, confuso nell'inestricabile ragnatela di un'unica interminabile periferia, senza ordine e senza articolazione: la periferia di nessun centro. Il centro urbano smarrisce così quell'identità che Carlo Cattaneo considerava come il principio ideale affinché ogni città, ogni paese potesse formare un corpo inseparabile dal proprio territorio, nel quale ogni cittadino avrebbe potuto riconoscersi. In queste circostanze la stessa architettura sembra non essere più in grado di rappresentare gli ideali civili della nostra società. Di fronte a questo stato di cose non è più sufficiente auspicare la ricerca di un generico equilibrio fra lo sviluppo economico e la salvaguardia del paesaggio; il grado di alterazione causato dalle ultime generazioni deve necessariamente condurre al totale ripensamento delle scelte urbanistiche: se da una parte risulta improrogabile la tutela degli ultimi scampoli di territorio ancora integri, dall'altra divengono ormai indispensabili precisi interventi di restauro delle aree paesistiche che appaiono più compromesse.