Il recente lavoro di Gianfranco Viesti, "Mezzogiorno a tradimento", ci dice dati alla mano quanto, da circa una decina di anni a questa parte, gli impegni finanziari verso il Sud siano stati costantemente disattesi dai diversi governi nazionali succedutisi. Ciò è valso sia per la spesa in conto capitale, per incentivi e infrastrutture, che per quella in conto corrente. E anche le principali scelte strategiche di allocazione delle risorse delle grandi aziende pubbliche, a partire da Ferrovie dello Stato e Anas, hanno riguardato prevalentemente il centro-nord nonostante atti formali, sottoscritti, contenessero lindirizzo opposto. Limpoverimento delle finanze pubbliche al Sud, logica conseguenza di tali azioni, avrebbe spinto le classi dirigenti meridionali, sostanzialmente, ad un utilizzo ampiamente distorto delle risorse comunitarie piegato, attraverso diversi artifizi tecnico contabili ed in sostanziale accordo con Roma, alle micro-esigenze della quotidiana amministrazione locale: strade, manutenzione dei sottoservizi, illuminazione pubblica, spruzzate di stato sociale qua e là, recupero di fabbricati, piazze e fontane. Di fatto, Stato centrale e Mezzogiorno hanno rinunciato al concetto di "addizionalità" per tali risorse, che lungi dallessere utilizzate su pochi e strategici grandi progetti sovraregionali per colmare i gap storici e strutturali rispetto alle altre aree europee più dinamiche e competitive, sono invece servite - per la carenza dei trasferimenti previsti - in larga misura a coprire i costi nel Sud delle attività ordinarie dei diversi livelli amministrativi di governo. Nelle Regioni Obiettivo 1, con i fondi europei 2000 ï 2006, sono stati così cofinanziati 245 mila progetti, con una dimensione finanziaria media di 220 mila euro, e dei 30 miliardi di euro rendicontati a Bruxelles come spesa per lo stesso periodo, il 50 è costituito da cosiddetti "progetti coerenti" o "sponda": interventi amministrativi locali già programmati e progettati a prescindere dai programmi comunitari, e poi "caricati" finanziariamente sui fondi Por. Questo quadro è insindacabilmente vero, i documenti contabili e gli atti amministrativi dei governi nazionali sono lì a prova di confutazione, e su tale lettura si attesta buona parte del pensiero meridionalista che rivendica dalla politica nazionale scelte coerenti con gli obiettivi di convergenza del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese e dellUe a 27. Se questa tesi, e questi dati, fossero tuttavia trasformati sic et simpliciter in battaglia politica, i risultati sarebbero disastrosi. Perché? Perché la vicenda rifiuti ha mostrato al mondo, tra le altre cose, come sia possibile bruciare 2 miliardi di euro in dieci anni senza risolvere alcun problema, ma anzi ingenerando ulteriori spirali perverse di spesa pubblica e intermediazione malavitosa. Perché la Fondazione Civicum, nel rapporto curato insieme a Mediobanca, ci dice che Napoli, in relazione ovviamente ai costi e alle tariffe, è ultima in Italia per la qualità dei suoi servizi pubblici. Perché, la stessa indagine, ci dice che sempre Napoli è anche la capitale italiana degli sprechi, con una macchina amministrativa gestita male che produce spese eccessive almeno per 220 milioni di euro lanno (seguita da Palermo con 136, Milano con 89, Firenze con 62, Bologna con 25). Infatti, che si tratti delliter amministrativo urbanistico per la riqualificazione di Bagnoli o di una banale gara per la videosorveglianza, gli uffici pubblici qui sembrano non essere in grado di chiudere felicemente un solo dossier. Allargando il discorso allambito regionale, in tema di debito sanitario o di politiche per la formazione ed il lavoro, il nocciolo della questione non cambia, e lassessore Mariano DAntonio, giustamente, osserva che continuando così si farà un gran piacere alle Lega e a tutti i demagogici e rozzi anti meridionalismi dItalia. E, allora, è forse il caso di invertire il paradigma se si vuole ancora sperare che la questione meridionale possa riavere in futuro una dignità politica che le consenta di stare nel dibattito nazionale e di parlare a tutto il Paese e allEuropa. Prima una vera, profonda, severa autocorrezione dalle classi dirigenti meridionali, un impegno sacro rispetto allutilizzo delle risorse pubbliche, comportamenti virtuosi, un assunzione di responsabilità ï e qualche scusa dovuta ï in relazione agli obiettivi mancati di controllo, efficienza e buon governo. Poi la battaglia per più risorse. Né prima, né insieme. Poi. In politica sono fondamentali le percezioni, il senso comune, gli orientamenti diffusi, gli stati danimo. Ed oggi tutti questi indicatori immateriali, nonostante la brillante verità descritta da Viesti e a causa, invece, del malgoverno diffusamente sperimentato al Sud, depongono furiosamente contro il Mezzogiorno. È solo sciogliendo questa contraddizione, sanando questo corto circuito, che sarà possibile ripartire.