Un albergo a quattro stelle all'interno di Villa Favorita, una delle perle del Miglio d'oro. Che vive una vita grama ma potrebbe, grazie a questa iniziativa, recuperare i fasti della belle époque, quando lo scalone monumentale firmato da Ferdinando Fuga, l'architetto dell'Albergo dei Poveri, s'illuminava per ospitare eventi mondani di grande richiamo. Oggi nella Favorita è insediato un presidio della polizia penitenziaria che si sposterebbe senza creare problemi se gli venisse offerta una soluzione di riserva gradita. Giorni di vigilia, dunque. Vissuti con ansia ma finalmente con una prospettiva di rilancio che restituirebbe una grande ribalta all'Ente che amministra un patrimonio ricchissimo: 122 ville, venti delle quali di proprietà pubblica, le altre divise tra 750 proprietari, una sorta di condominio impazzito. «Una villa ha dodici eredi», rivela il commissario Arnaldo Sciarelli, «e la frammentazione crea non pochi ostacoli. Per questo, negli anni in cui sono stato presidente dell'Arcus, balenò l'idea, d'intesa con il ministro Rutelli, degli alberghi di cultura che ora ha imboccato il binario giusto». L'annuncio potrebbe esser dato mercoledì 25 febbraio dal sottosegretario al turismo Maria Vittoria Brambilla che, nel corso di un convegno all'Ara Pacis, illustrerà il progetto dei «quattro stelle» pensati sul modello dei «Paradores» spagnoli e delle «Pousadas» portoghesi, che prosperano da anni. L'iniziativa a scala italiana è ambiziosa ma non presenta ostacoli insormontabili, perché impegna siti che non hanno nulla da chiedere alla burocrazia. Vediamola più in dettaglio: l'Agenzia del Demanio ha selezionato 43 monumenti che saranno concessi in affitto per 50 anni con l'obbligo, a carico del locatario, di provvedere al resaturo estetico e conservativo. Per la sua bellezza Villa Favorita è uno dei quattro progetti pilota della catena, e il cambio della destinazione d'uso, quindi, potrebbe essere imminente; gli altri tre sono fabbriche ricche di storia e inserite in territori turisticamente maturi: la Cavallerizza di Torino, la caserma Monti di Forlì e il Collegio dei Gesuiti nel centro storico di Noto, in Sicilia. «Questa svolta », dicono Sciarelli e il direttore generale Paolo Romanello, «l'abbiamo costruita giorno per giorno insieme ad Arcus, la finanziaria dello Stato, a Civita, la sigla culturale che fa capo al senatore Maccanico, e all'Anci, l'associazione dei Comuni». E il termine svolta è il più appropriato perché dà finalmente corpo alla speranza di un rilancio della ''città vesuviana" da anni annunciato ma mai uscito dal vago. Gli alberghi della cultura saranno strutturati in modo da esaltare la tradizione di raffinata ospitalità dell'industria alberghiera italiana, sulla quale s'innesterà un'attività volta a incentivare la vocazione turistico-culturale del territorio. «Nonostante il degrado, il Miglio d'oro», continua Sciarelli, «non ha perduto il suo fascino e ospita già importanti meeting e una serie di attività che potrebbero trovare in un albergo specializzato un centro di raccordo e la sede per appuntamenti finalizzati all'arte, alla cultura e allo spettacolo ». Lo stile ricalcherà quello dei «cascos antiguos», i centri storici capaci di esercitare sui visitatori una irresistibile attrazione, quasi una seduzione. Il primo, nell'anno di grazia 1928, fu l'albergo della Sierra de Gredos, in provincia di Avila, che piacque al re Alfonso XIII che immediatamente concesse altre autorizzazioni. L'albergo di Villa Favorita s'inserisce in questa scia prestigiosa e non è da escludere che un altro monumento napoletano possa essere compreso nell'elenco. L'ipotesi che circola è da brividi: Castel dell'Ovo. Il celebre monumento sarebbe in lista insieme alla Fortezza da Basso a Firenze e a Forte Bravetta a Venezia. Un'ultima considerazione. La notizia della trasformazione di Villa Favorita fa passare in secondo ordine la minaccia, denunciata attraverso il nostro giornale dall'ex presidente delle Ville Vesuviane Pietro Lezzi, di una soppressione dell'Ente che sarebbe stata decisa dal ministro Tremonti a caccia di «rami da tagliare». «A noi questa cosa non risulta», afferma il commissario Sciarelli, «e non siamo preoccupati anche perché da cinque anni siamo diventati una Fondazione che si è anche dotata di uno statuto ma non può operare quindi, di fatto, non c'è perché la Regione e la Provincia non assolvono all'obbligo di nominare i loro rappresentanti. E poi, se proprio lo vuole sapere, l'Ente non riceve contributi dallo Stato dal 1980. Dunque, siamo di fatto al di sopra di ogni sospetto». Dio non voglia, però, che il ministro Tremonti avesse messo gli occhi sui bilanci floridi dell'Ente che ha un patrimonio di circa 50 milioni di euro. «È una liquidità che ci garantisce un'autonomia di almeno tre anni». Sarebbe un boccone troppo appetitoso.