L'incremento del proprio patrimonio è una delle ragioni di esistere dell'istituzione museale, accanto alla mission della conservazione e della divulgazione. A maggior ragione ciò vale per un museo d'arte moderna e contemporanea, per il quale il confronto con l'oggi è ineludibile, e il rapporto con la produzione in fieri dell'artista lo stimolo più vitale. Un confronto sempre problematico, fatto di scelte e quindi di esclusioni, di esercizio critico lungimirante, quando non condizionato da un mercato soggetto a impennate e soprattutto non alla portata di una pubblica amministrazione. E la bontà di una direzione museale si misura proprio con le opere assicurate al proprio museo, frutto spesso di lunghi appostamenti, di appassionati studi, ma anche di sconfitte dolorose di fronte a quotazioni del tutto insensibili al concetto di bene comune. Fortunatamente ad aiutare il collezionismo pubblico è spesso accorso quello privato, coniugandosi al mecenatismo, sanando lacune e assicurando capolavori altrimenti dispersi nell'inarrestabile flusso del mercato, flusso che proprio durante i momenti di crisi subisce un'accellerazione per la legge che vede nell'opera d'arte un bene rifugio. E la storia dei musei del Friuli Venezia Giulia riflette proprio nella vita e nell'incremento delle collezioni le fasi storiche delle comunità di appartenenza, l'attaccamento alle istituzioni e l'orgoglio civico delle classi al potere, oltre che l'esercizio del "bello" e del gusto di una comunità. Se fortunatamente la parola mecenatismo ha ancora un senso dalle nostre parti pensiamo al lascito di trecentoventimila euro di Giulio Kurlander al Museo Revoltella di Trieste per comprare opere d'arte , qui da noi i fondi pubblici a sostegno della cultura non prendono la strada dell'acquisizione di opere d'arte, ma si dileguano in imprese espositive di arte varia, spesso come dire in fumo. Così nei sempre più risicati bilanci delle nostre amministrazioni locali i musei si vedono annullate le voci "acquisto opere d'arte", anche se altrove, come nel caso eclatante di Torino, città della cultura per scelta e vocazione, la Fondazione Torino Musei per le acquisizioni della GAM e del Castello di Rivoli mette a disposizione 500 mila euro l'anno, in aggiunta alla ventina di milioni recentemente destinati dalle Fondazioni partners solo per l'acquisto di opere d'arte contemporanea. In questo desolante panorama di casa nostra ci preme tuttavia segnalare in controtendenza l'anomalia dei Musei della Provincia di Gorizia che per esplicita volontà del suo presidente si sono visti assegnare nel 2008 una cifra certo simbolica allo scopo di acquistare opere di artisti contemporanei, ovviamente con una particolare attenzione al territorio isontino. Un'occasione davvero unica, che tra l'altro è stata ribadita per l'anno in corso, i cui risultati ora sono sotto gli occhi dei visitatori di palazzo Attems, in una serie di sale al piano terra che ospitano le opere recentemente acquisite dai Musei goriziani. Per tale evento i Musei ribadiscono finalmente, dopo tanti anni di oblio nei depositi, la vera identità delle collezioni d'arte goriziane del Novecento, nate nel 1934 per ricordare, nel seno dello storico Museo della Redenzione, la figura di Sofronio Pocarini, geniale animatore dell'avanguardia isontina, grazie a una donazione da parte degli stessi artisti suoi amici e sodali. Collezioni che grazie a premi acquisto, ad accorte campagne di acquisizioni e alla generosità degli stessi artisti, come nel caso del goriziano Anton Zoran Music, riflettono la vocazione all'arte contemporanea di questa terra attraverso i capolavori di maestri come Bolaffio, Spazzapan, Crali. A queste opere ora esposte in palazzo Attems si affiancano, a documentare il nuovo che avanza, quelle dell'ultima generazione degli artisti goriziani: finalmente entra in museo un'opera di un altro geniale figlio di questa terra, Mario Di Iorio, precocemente scomparso, animata da una gestualità drammatica e appassionata, in linea con quella decisa vocazione introspettiva che sembra proprio essere uno dei tratti del genius loci isontino, da Carlo Michelstaedter in poi. Accanto si allineano le silenziose nature morte da Sergio Scabar, originario di Ronchi dei Legionari, colte da un occhio-obiettivo oltre un fitto velo d'ombra che ne allontana l'immagine come in un lacerto di memoria, frammenti di un teatro delle cose dove il tonalismo di Giorgio Morandi si vira nei bianchi e neri della stampa alchemica ai sali d'argento. Alla modulazione della luce si è invece ispirata, interpretando una sua dimensione lirica del paesaggio, Gianna Marini, nata e residente a Cormòns, che ha al suo attivo omai una lunga carriera pittorica, mentre la generazione nata negli anni Sessanta è qui ben rappresentata da Stefano Comelli, attivo a Versa di Romans d'Isonzo nel solco di una tradizione famigliare che lo ha portato a scolpire legno e pietra dialogando con il dato di natura per ricavarne nuove dimensioni estetiche, e da Alfred De Locatelli, che partendo dall'Istituto d'arte di Gorizia ha completato la sua formazione all'Accademia veneziana, ed è ora docente all'Accademia milanese di Brera: presente in mostre sia in Slovenia sia in Italia, si consegna alle collezioni goriziane con brani pittorici che raccontano, affidandosi a presenze essenziali e simboliche, di una dimensione quotidiana ed esistenziale, inequivocabilmente contemporanea.