ROMA «A mio avviso, la trasferta per il G8 potrebbe essere un'occasione straordinaria per i Bronzi di Riace. Un'opportunità che potrebbe rivelarsi molto efficace, per il futuro: mostrare questi beni alle tv di tutto il mondo, magari accompagnando l'evento con un brevissimo documentario che ne spieghi accuratamente il valore. Sarebbe un'operazione culturale, prima ancora che promozionale, che avrebbe un'eccezionale ricaduta ». Andrea Carandini, grande archeologo e altrettanto efficace polemista, anche stavolta si schiera apertamente contro i «fondamentalisti della tutela » (parole sue), anche a rischio di affrontare le inevitabili reazioni. Come vede, Carandini, il caso dei Bronzi? «Io sono certo che non ci sarà alcun trasferimento d'autorità. So per certo che il ministero per i Beni e le Attività culturali sta esaminando diverse possibilità per differenti opzioni. Solo nel caso in cui il sindaco e la città di Reggio Calabria lo volessero, e non ci fossero problemi tecnici, allora si potrebbe esaminare questa possibilità ». Ma non pensa, professore, ai danni che i due Bronzi di Riace potrebbero subire? Alla Soprintendenza locale si dichiarano molto preoccupati per la fragilità dei due capolavori. «Francamente mi sembra che le tecniche contemporanee di imballaggio e climatizzazione rendano possibile uno spostamento del genere. E non mi risulta, allo stato attuale, che esistano seri impedimenti tecnici. Il vero problema è costituito da un atteggiamento mentale. Di ostilità locali a qualsiasi spostamento. Che io posso anche rispettare e comprendere. Ma che oggettivamente stridono con la situazione in cui si trova attualmente quel bene». La situazione, secondo Andrea Carandini, è presto descritta ed è legata strettamente al giudizio complessivo sull'attuale esposizione: «I Bronzi di Riace sono collocati attualmente in un museo completamente da ristrutturare e che ora non appare il contesto migliore. Tra poco cominceranno lavori molto importanti e le due opere dovranno necessariamente essere messe in sicurezza e quindi sottratte alla vista del pubblico, lo so per certo. La ristrutturazione è indispensabile: ormai non basta più esporre un tesoro straordinario, ma in un contesto privo di servizi e di supporti esplicativi, per attirare pubblico. Per molti cittadini del mondo oggi l'imperatore Adriano, o un imperatore cinese di chissà quale dinastia, sono ugualmente lontani e poco comprensibili». Quindi, Carandini? «Fossi nella città di Reggio Calabria e nei suoi responsabili, sfrutterei l'occasione che altrimenti andrebbe perduta». A cosa attribuisce le perplessità registrate a Reggio Calabria e tra molti studiosi? «Sicuramente a quell'atteggiamento fondamentalista della conservazione che attribuisce al bene un ruolo quasi sacrale. La Costituzione ci obbliga, lo so per primo, alla più accurata tutela. Ma non alla santificazione dei beni culturali. In quel fondamentalismo c'è anche una concezione di possesso fisico dell'oggetto. Io sono di avviso contrario. Penso che nei nostri magazzini giacciono molti beni impolverati, con cartelli rosi dai topi, destinati al degrado e all'oblio. Non ci troverei nulla di male se li affidassimo a un interlocutore estero, debitamente referenziato, che potrebbe restaurarli, studiarli, renderli pubblici. Non apparteniamo più a una civiltà contadina in cui si nasceva a trenta chilometri dal mare e si moriva senza aver mai visto la spiaggia... o no?»