«La cultura deve capire che il mondo è cambiato Le istituzioni sono spesso vecchie e polverose Vanno reinventate» «È il momento giusto per il Manifesto. Deve essere un'iniezione di concretezza che entra nelle vene della neoborghesia milanese sempre più indifferente e preoccupata». Francesco Micheli conosce bene entrambi i mondi. Quello della finanza e quello della cultura. Attualmente, è presidente di Mito, il festival musicale che si svolge ogni settembre tra Milano e Torino. Come esergo al Manifesto vorrebbe mettere una frase di Sant'Agostino: collige me a dispersione. «Aiutiamoci a uscire dalla dispersione, a concentrarci, a ritrovare noi stessi. In questo momento di assenza di sguardo al futuro, dove ognuno si muove per la propria strada è necessario rialzare lo sguardo e ritrovare l'interesse per la comunità. La voglia di fare club. La cultura può essere la strada e l'Expo un'opportunità». L'Expo? «L'idea di un Manifesto della cultura lanciato da Rampello arriva al momento giusto. Perché c'è la crisi, ma c'è anche l'Expo che è un'opportunità di accelerazione per risolvere il problema alle radici. Che Milano abbia l'Expo a portata di mano è una fortuna». Quale deve essere la parola d'ordine del Manifesto? «Un manifesto ha senso se ha concretezza. E la concretezza deve essere qualcosa che entra direttamente in vena. Soprattutto a quella che definirei la neoborghesia milanese fortemente caratterizzata da due "esistenziali": l'indifferenza e la preoccupazione». Può descriverci questi due esistenziali? E soprattutto farci capire a chi si riferisce quando parla di neoborghesia? «C'è indifferenza per la sorte comune, ognuno bada alla propria filiera, c'è un'atomizzazione. Dall'altro lato c'è una situazione che genera ansia, che porta la gente a ritrarsi in sè, ad andare in giro con lo sguardo basso. Tutto ciò aggravato dalle condizioni del lavoro». La crisi? «Più ancora della crisi, la precarizzazione del lavoro che crea un forte distacco tra la persona e il lavoro che ama. C'è un macdonaldizzazione del lavoro che distoglie l'attenzione dal contenuto di ciò che si sta facendo. L'esatto opposto della passione artigianale, che dà un valore culturale aggiunto al prodotto. È quello che fa Steve Jobs con Apple negli States. È quello che fa Prada a Milano. È la borghesia che deve tirar fuori queste risorse. Il problema è semplice: la società civile vuole o non vuole dare un colpo di reni?». C'è una ricetta? «Il punto di partenza potrebbe essere la famosa chiamata al futuro di Giuseppe De Rita, qualcosa che ti faccia rialzare lo sguardo. Qualcosa che dia senso nuovo al tempo. Il Manifesto ha un valore se riesce a farci superare la condizione di ansia e preoccupazione che sono l'esatto opposto dello sguardo al futuro ». Possono farlo le istituzioni culturali? «La cultura deve capire che il mondo a cui si rivolge è cambiato. Le istituzioni sono spesso vecchie e polverose. Vanno reinventate. Il problema è che le istituzioni o certi intellettuali sono rimasti fermi rispetto a una popolazione che è cambiata in modo drammatico: giovane, sfaccettata che usa mezzi tecnologici nuovi. Lo vedo da quell'osservatorio di eccezione che è Mito. Il Manifesto deve andare in direzione di queste persone». Qual è la voce che vorrebbe sentire in questa discussione? «Credo che il Manifesto debba avere una voce importante nel sindaco Letizia Moratti. Anche perché nel suo programma la cultura ha giocato un ruolo strategico e le domande poste dal sindaco sono quelle giuste: qual è l'identità di Milano? Il Manifesto va in questa direzione ».
MILANO - Micheli: più concreti sulla cultura Milano? Indifferente e preoccupata
Il Manifesto della cultura è un'opportunità per reinventare le istituzioni culturali e per risolvere il problema della precarizzazione del lavoro. La cultura deve capire che il mondo è cambiato e che le istituzioni sono spesso vecchie e polverose. Il Manifesto deve avere una voce importante nel sindaco Letizia Moratti, che ha giocato un ruolo strategico nella cultura di Milano. La cultura deve entrare nelle vene della neoborghesia milanese, che è caratterizzata da indifferenza e preoccupazione. Il Manifesto deve dare un senso nuovo al tempo e far superare la condizione di ansia e preoccupazione. La cultura può essere la strada per accelerare la risoluzione del problema alle radici. L'Expo è un'opportunità per accelerare la risoluzione del problema.
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