«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» (Vangelo di Matteo, cap.7, v. 6-7) Conta qualcosa, oppure no, nel centrosinistra del Piemonte, il segretario regionale del Pd Gianfranco Morgando eletto con le primarie? E conta qualcosa oppure no il sindaco Sergio Chiamparino riconfermato nel 2006 con oltre il 66 per cento dei consensi, ex ministro del «governo ombra» e animatore del tentativo di dar vita a un «Partito democratico del Nord»? Su questo dovrebbero riflettere questa mattina i torinesi che ieri sera hanno partecipato a un San Valentino extra ordinem, dedicato agli «innamorati della cultura». Delle due luna, infatti: o Chiamparino dice cose sagge e giuste su tutto (e trova molti compiacenti adulatori anche quando non ne ha bisogno), oppure quantomeno sulla cultura egli fa parte degli «oscurantisti» e degli affetti dagli «emboli cognitivi» (una definizione coniata da un pubblicitario in disarmo che continua ad essere perseguitato, lui sì, dallembolo cognitivo di Benito Mussolini) che non hanno ancora capito che Torino è ormai diventata una capitale internazionale dello spettacolo, dellarte e delle lettere. Leggiamolo davvero e meditiamolo, dunque, il pensiero del nostro sindaco in materia di cultura. «La parte di chi ha responsabilità pubbliche è quella di rendere sostenibili gli interventi per la cultura - spiega Chiamparino - in una crisi che reclama grande attenzione per le politiche di sostegno e coesione sociale e per le politiche di sviluppo». Qual è poi la cultura che il sindaco intende come tale rispetto al ruolo pubblico del Comune e agli investimenti da parte dellamministrazione di Palazzo di Città? Le luminarie di Natale e i saltimbanchi oppure le opere che restano e che sono le strutture indispensabili perché la cultura vera abbia dei luoghi nei quali esprimersi? Chiamparino è preciso e fornisce soltanto un elenco di edifici, di realizzazioni e di restauri fondamentali: dalla riapertura di Palazzo Madama al Teatro Carignano. Il resto è la storia di quanto Gianguido Passoni, assessore al Bilancio del Comune, ha dovuto fare e penare per salvare i conti della Sala Rossa, ma soprattutto per non distruggere il grande patrimonio storico del welfare pubblico torinese che non è mai cambiato e si è via via accresciuto e consolidato dai tempi delle giunte democristiane di Giuseppe Grosso e Giovanni Porcellana, passando per la stagione di Diego Novelli e sino ai giorni nostri. Qualcosa che gli è valso un duro attacco soltanto da parte di quel Giampiero Leo che durante tutti i suoi mandati trasformisti, prima nellantico centrosinistra e poi nel centrodestra berlusconiano, si è posto come unici obiettivi la tutela delle scuole private cattoliche, lerogazione «a pioggia» di contributi ispirati alla tattica del consociativismo e la rappresentanza degli interessi di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere. La linea del sindaco diventa così lunica premessa possibile per chi oggi voglia seriamente discutere di cultura cittadina. Insieme con un altro indispensabile corollario: lammissione, da parte di chi ha sprecato e dilapidato proprio nella cultura, delle proprie responsabilità. Il che non significa né lautodafè tanto caro ai cattolici dellinquisizione spagnola né lautocritica dei rituali del marxismo-leninismo. Significa invece interrogarsi su che cosa potrebbe fare oggi il Comune, non per il welfare (per carità), ma appunto per la cultura, ad esempio con i 20 milioni di euro investiti nella sola progettazione dellimpossibile biblioteca del Bellini, con i 10 milioni di euro (ma sono davvero soltanto dieci?) versati per il Domani di Luca Ronconi e con la cifra ancora sconosciuta (i dati sono tuttora nascosti nelle pieghe del bilancio) messa assieme dalla penultima direzione personalistica del Teatro Stabile. Lelenco potrebbe proseguire e non sarebbe certo breve. Infine, sarebbe forse doverosa unulteriore riflessione da parte di una piccola e ristretta borghesia torinese che, negli ultimi 15 anni, alleatasi con gli eredi dellex Pci per il governo della città, ha offerto alle sempre più numerose istituzioni culturali torinesi gli uomini e le donne che ora le guidano. Una borghesia che per modi di vita e consuetudini non è costretta a fare i conti ogni giorno con i problemi del welfare, ma per impegni personali o familiari nel mondo della produzione è in grado di cogliere sino in fondo la gravità della grave crisi internazionale che stiamo vivendo. Una borghesia che, nel grande accordo che portò alle giunte guidate da Valentino Castellani, seppe resistere alle sirene dellautoritarismo populista di Berlusconi, ma che oggi ha il dovere di non sottrarsi a un magistero che sappia guidare le esigenze di chi agisce nel campo della cultura allinterno di coordinate segnate dal buonsenso, dalla concretezza e dalla responsabilità: le stesse indicate proprio da Chiamparino. Lalternativa, invece, è solo quella di trasformarsi nella nuova «casta» denunciata da Gianfranco Morgando: in nulla meno privilegiata e meno autoreferenziale di quella dei politici.