Olmechi, Mixtechi e i "recenti" Atzechi nellAtlante indigeni Il Rio della Plata di piazza Navona La prima volta che i Romani videro il Rio della Plata fu l8 giugno 1651. Uno steccato proteggeva ancora la Fontana dei Quattro Fiumi e il lavoro ciclopico che Gian Lorenzo Bernini stava ultimando in Piazza Navona, quando - a quattro giorni dallinaugurazione prevista - passò di lì papa Innocenzo X con il suo seguito. Bussò e gli venne aperto: agli occhi del pontefice, e dei Romani che assistettero allevento, apparve in tutto il suo splendore la nuova opera. Andandosene il papa chiese quando la fontana avrebbe cominciato a funzionare con lacqua? Bernini rispose che, tempo qualche giorno, avrebbe azionato il congegno. Poi, invece, mentre il pontefice si allontanava, mise a segno uno dei suoi colpi di scena più riusciti: a sorpresa aprì le pompe e, di getto, i quattro fiumi che scaturiscono dalla roccia creata per sostenere lobelisco, tra spruzzi e gorgoglii si misero a inondare la vasca. Figurarsi il papa. Cesare dOnofrio, in «Le fontane di Roma», ne riporta le parole: «Bernino, sempre la fate da quel che siete, e voi, con darci questa improvvisa allegrezza, ci havete accresciuto dieci anni di vita». Contentissimo, lasciò una mancia ai lavoranti e se andò felice. Il Rio della Plata - assente del tutto dalle Sacre Scritture - era la vera novità geografica di quel capolavoro. Del Nilo, a volto coperto, si ignoravano ancora le sorgenti. Degli altri due fiumi - Danubio e Gange - si sapeva assai di più. Così, la personificazione del Rio della Plata è quella più selvatica: un grande gnomo brutto, calvo e glabro, con strani boccoli che non gli concedono nulla della maestosa epicità degli altri tre fiumi. Certo, in Vaticano, si tenevano aggiornatissimi sullavanzamento delle scoperte: nel corso del 500 erano già arrivate quelle mappe che ancora oggi si possono vedere nella loro Biblioteca. Una in particolare è quasi unistantanea del periodo: è il planisfero di Girolamo da Verrazzano del 1529. Val la pena di godersela con calma: ha fissate lì, disegnate con cura insieme alle prime certezze, anche tutte le incognite e gli errori che accompagnarono i resoconti cartografici degli inizi. Sempre ai Musei Vaticani, nella sezione etnografica però, una selezionatissima campionatura di quel che era il Museo Missionario Etnologico del Laterano, presenta centinaia di reperti (alcuni davvero eccezionali; altri sono calchi o copie) e racconta la variegatissima realtà che si presentò agli occhi dei padri delle missioni allarrembaggio delle Nuove Terre da convertire. Per lAmerica i conti sono stati fatti da poco. Nel 1992, per il Cinquecenario della Scoperta, venne stilato un Atlante delle Civiltà Indigene presenti al momento «della prima orma del piede bianco»: risultarono quasi 2000 etnie, organizzate in 21 aree culturali, ciascuna con uno suo complicatissimo pantheon politeista, che nessun museo riuscirà a raccontar mai del tutto. Il Museo Luigi Pigorini dellEur, ci prova. E, almeno in parte, grazie a tutte le sue mappe, i grafici e le centinaia di reperti raccolti anche prima della sua fondazione, ci riesce. Il Pigorini nasce, infatti, nel 1876 allex Collegio Romano dei Gesuiti, assorbendo la parte etnografica di quella sfavillante e multiforme collezione che Athanasius Kircher aveva messo insieme in decenni di frenetica attività, con rapporti intercontinentali strabilianti per i tempi suoi. (Una mostra di qualche anno fa a lui dedicata - «Il Museo del Mondo», si chiamava - pose con forza linterrogativo se non convenisse ricomporla quella sua collezione, per quanto possibile, a testimonianza dei furori di conoscenza secenteschi. La domanda è rimasta inevasa). Così, comunque, oggi, al Pigorini - multiforme comè: preistorico ed etnografico insieme - cè limbarazzo di che sguardo usare per una visita. Il più piacevole? E anche il più superficiale: ci si lascia guidare e catturare soltanto da suoi mille colori, dai serpenti di granito rosa, dalle maschere atzeche di turchesi, dai mosaici di piume, dai vasi surreali, dai costumi technicolor e dalle sacralità dei loro mille oggetti anche duso. Il percorso più corretto? Quello che - rispettando lordine dei curatori - segue tutto, passo passo, tallonando i primi uomini che sarebbero calati giù dallo Stretto di Bering («Tra il 65.000 e il 25.000 a. C.») per arrivare alla saga mesoamericana degli Olmechi (1700-300 a. C.), dei Mixtechi, dei Zapotechi fino ai «recenti» Atzechi, prima di immergersi nel mondo andino e nei drammi inca. Il più sorprendente? Cercare di guardarli e approfondirli - anche attraverso i simboli - i loro caleidoscopici sistemi di fede che, talvolta, si facevano talmente spietati da richiedere sacrifici umani. La maschera di Ehecatl, il Dio del Vento, è uno dei pezzi del Pigorini che ogni collezione atzeca vorrebbe avere. Cè esposto un «quipu» inca che va osservato con rispetto. Il «quipu» è uno strano accrocco tutto cordicelle e nodi che, solo da poco, ha cominciato a svelarsi come un perfetto, complesso marchingeno di computo in cui tutto - nodi, spazi vuoti, lunghezza degli spaghi, colori. - ha un senso calcolatorio ben preciso. Da solo, quel quipu, getta una luce nuova sulle sapienze sconosciute di quelle genti. Qualsiasi percorso si scelga, cè il dovere di leggere le cronache della conquista che -con appositi pannelli - fanno da contraltare alle meraviglie esposte. Una per tutte: la caduta della capitale atzeca, datata 13 agosto 1521. La narrano i vinti negli «Anales de la Naciòn Mexicana»: «Senza tetto sono le case e le mura arrossate dal fuoco, vermi brulicano per strade e piazze e le pareti sono lorde di cervella. Rosse scorrono le acque, come se le avessero tinte». Hernan Cortés con gli Atzechi, Francisco Pizarro con gli Inca, faranno lì un deserto intriso di sangue. Del resto il Vaticano non aveva ancora deciso chi fossero davvero, di preciso, quelle genti nuove che venivano a disordinare ciò che si sapeva da sempre. Uomini? Mezzi uomini? Bestie? Selvaggi? E lanima? Ce lavevano, loro, lanima? La Spagna ribattezza con i suoi nomi e le sue croci quel mezzo mondo. Lintera Europa sinterroga. Il Vaticano tentenna. Loro, comunque, continua ad arrivare a getto continuo. E questo - si sa - da sempre ritarda ogni decisione. I Romani, comunque, se ne resero conto subito che, tutto sommato, scoprir lAmerica a qualcosa sarebbe pur servito: nel 1500, infatti, avevano visto brillare doro il nuovo soffitto a cassettoni di Santa Maria Maggiore. Era frutto della donazione che Ferdinando e Isabella di Spagna fecero al papa con il primo oro americano portato da Colombo. Era solo linizio. E val la pena di raccontare la storia del «Tesoro Messicano». Nessuno la racconta mai del tutto ai turisti che arrivano qui, la Roma del Seicento: con la geometrica potenza culturale della Compagnia di Gesù - incuneata nel cuore di Roma, con sua la potentissima Chiesa del Gesù e il loro efficientissimo centro studi - e di quanto le loro smanie di conoscenza globale e proselitismo contribuirono a creare una nuova visione del mondo, contagiando nel bene e nel male gli intellettuali di allora. Laltro polo di quegli stessi anni è lAccademia dei Lincei che, poco distante dalla Chiesa Madre dei Gesuiti, si dannava invece - con laicità, e domande del tutto nuove - a cercar di capir tutto, ma scientificamente. Proprio in quegli stessi anni, per volontà del fondatore dellAccademia, Federico Cesi, e grazie alla tigna di Francesco Stelluti che ne realizzò le indicazioni, dopo mezzo secolo di lavoro a metà Seicento venne messo a punto e vide la luce il «Tesoro Messicano», una delle opere editoriali più rilevanti dellepoca. Si diedero alle stampe, infatti, le ricognizioni, i disegni, le riflessioni, che Francisco Hernandez, il «Protomedico delle Indie» scelto da Filippo II re di Spagna per indagare sulla botanica della sua nuova terra, realizzò sul campo. Quel materiale del tutto sconosciuto fino ad allora, venne poi rielaborato da un altro medico, Leonardo Recchi, che lo porterà in Italia. Oggi, alla Biblioteca di Palazzo Corsini, oltre alloriginale, cè un facsimile di quella straordinaria pubblicazione che chiunque, con tempi e modi da biblioteca, può consultare in tutto il suo splendore. Come fosse un sovrano di Spagna.