Paradossale vicenda nella cittadina da tempo a caccia di riscatto culturale contro la criminalità organizzata: impossibile visitare le tombe messapiche Lunico accesso al sito scoperto anni fa era attraverso il locale che ora ha chiuso i battenti Chiude il bar e chiude anche la necropoli messapica, sei tombe a semicamera datate III-II secolo avanti Cristo, che contava nel Nedina Caffè di Mesagne chiuso dal 24 dicembre scorso, lunico accesso al pubblico, dato che lamministrazione comunale non ha mai provveduto ad aprire un secondo ingresso che svincolasse le sorti del sito archeologico dalle vicissitudini del locale di proprietà privata. Bizzarra storia di incuria, pasticcio allitaliana in scena nella città che da anni tenta di scrollarsi di dosso il sanguinario marchio impresso dalla criminalità organizzata anche attraverso un rilancio culturale delle bellezze nascoste nel sottosuolo. Il sito in questione, che si trova su unarea di proprietà privata, fra via Castello e vico Quercia, nel cuore del centro storico, venne alla luce fra il 1997 e il 2000, nel corso di lavori di ristrutturazione del localino à la page, cuore della movida mesagnese. Gli scavi disposti dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia diretta da Giuseppe Andreassi svelarono sei tombe a semicamera, protette cioè da muri e coperte da lastroni. Un tesoro di tombe dipinte, con iscrizioni messapiche, già noto alla letteratura archeologica e parzialmente manomesso dalla furia dei tombaroli, sempre in anticipo sugli studiosi. Lintervento della Soprintendenza, affidato ad Assunta Cocchiaro, riuscì tuttavia a trarre in salvo buona parte del sito, lasciando emergere tracce di una cinta muraria, sulla quale furono rinvenute due importanti stele figurate e un battuto stradale. "Sempre in vico Quercia si legge nelle note redatte dalla Soprintendenza - è stata rinvenuta una sepoltura monumentale del tipo a semicamera databile al III-II secolo a.C. La tomba recava al suo interno una iscrizione in lingua messapica ed ha restituito parte del suo prezioso corredo". Allantica storia emergente, fece da contraltare la cronaca di quei giorni, le cui tracce giacciono fra le scartoffie degli archivi comunali. Un carteggio che attesta un singolare, per certi versi lungimirante, accordo fra pubblica amministrazione, Soprintendenza e privato proprietario del suolo, la famiglia DAloisio. Grazie a fondi pubblici stanziati ad hoc, il locale fu ristrutturato in modo che i tesori nascosti nel sottosuolo potessero essere accessibili e visibili al pubblico. Lintero pavimento del Nedina Caffè fu lastricato di materiale trasparente, simile al plexiglass. Gli avventori, insomma, posavano i piedi sulle antiche tombe: un viaggio fra le meraviglie del passato remoto al prezzo di un caffè fumante. Non mancarono tuttavia le polemiche da parte di chi sosteneva che, così facendo, si consegnava fra le mani di un privato cittadino un patrimonio di valore inestimabile a spese del pubblico. Per la Soprintendenza, comunque, il sito, così comera, costituiva uno "scrigno di archeologia" urbana di cui bisognava "sottolineare le potenzialità di fruizione pubblica, uniche al momento in un centro urbano del Salento". Parole della direttrice degli scavi, che anticipavano le prescrizioni a carico del Comune, il quale avrebbe dovuto creare un secondo accesso, diretto ed esclusivamente pubblico, allarea. Prescrizione rimasta lettera morta con il risultato oggi sotto gli occhi di tutti: dalla vigilia di Natale, il locale ha chiuso i battenti, e con esso il sito. Ai numerosi inviti da parte di cittadini perché siano rispettate le disposizioni della Soprintendenza, lamministrazione comunale risponde con un silenzio, è il caso di dire, tombale.