BARI Un grattacielo sul mare un po' come a Santa Monica, avrebbe potuto salvare il teatro Margherita dall'abbandono al quale è consegnato dal 1980. Una torre da destinare ad uffici con una vista unica, al posto del volume che guarda il Fortino. Ma idee così avveniristiche funzionano negli Stati Uniti, paese dal quale non a caso arrivava l'idea, non in Italia. Così il Margherita è rimasto un problema da risolvere con fondi ancora da trovare. Era il 1993 quando l'impresa Dioguardi anticipò una procedura che sarebbe stata prevista in una legge e molto utilizzata dai Comuni, anni dopo: chiese al Demanio marittimo una concessione esplorativa per studiare la fattibilità di un recupero del teatro a suo carico. In sostanza la Dioguardi ipotizzava di occuparsi del restauro e poi di recuperare l'investimento con la gestione del Margherita. Gianfranco Dioguardi ricorda: «Affidammo lo studio a Renzo Piano che tirò fuori un'idea progettuale. La mostrammo alla città con una proiezione pubblica nel foyer del teatro dal 24 al 28 luglio del '93». Un evento, chiamato Spazio evento, che ebbe un'eco nazionale. Tante idee, disegni accompagnati con basi musicali, proiettate sui muri della hall del teatro, e illustrate dal maestro. I cittadini ne rimasero incantati. «Piano si concentrò sul-l'aspetto architettonico - ricorda Nicola Costantino, professore di Ingegneria economica gestionale al Politecnico di Bari e allora collaboratore del professor Dioguardi di cui era stato allievo - . L'obiettivo fondamentale era quello di recuperare la trasparenza che il Margherita aveva quando venne progettato, e privarlo di quell'effetto massiccio che aveva assunto con la realizzazione del lungomare e l'edificazione di volumi in momenti successivi». Come recuperare trasparenza? Come restituire a corso Vittorio Emanuele il suo rapporto naturale con il mare? Piano prevedeva l'allargamento del già imponente portone sul prospetto principale, e l'apertura di un altro, simmetrico, sul retro. Completamente a vetri, avrebbero alleggerito l'effetto barriera. E se nulla si può per far tornare il Margherita quell'edificio sospeso, appoggiato solo su palafitte che era quando nacque nel 1914, si doveva però pensare di demolire i locali allora occupati dal circolo della Vela. Il gruppo americano della Deacon, grossa impresa di Boston che lavorò in joint venture con la Dioguardi, immaginò interventi ancora più radicali: l'eliminazione del corpo che aggetta verso il Fortino e che è molto meno rifinito del bellissimo prospetto principale, sostituito da una snella torre per uffici, che avrebbe garantito la sostenibilità economica. E per prendere spunto dal riuso operato con maestria negli Stati Uniti, i tecnici baresi andarono a New York ad osservare da vicino un vecchio magazzino portuale, nella zona di Wall street, recuperato e trasformato in galleria commerciale. L'ipotesi di Piano e Dioguardi si arenò proprio quando si cercò di affrontare il nodo della sostenibilità economica del progetto: in che modo gli imprenditori avrebbero potuto recuperare i soldi dell'investimento, calcolata in una decina di milioni di euro? Gli americani proponevano una galleria commerciale. Ma il Margherita può ospitare al massimo una ventina di negozi, raggiungibili con difficoltà per via del traffico e della carenza di parcheggi. Venne fuori l'idea di interrare la viabilità dell'incrocio tra corso Vittorio Emanuele e corso Cavour e ridare a piazza IV novembre il suo ruolo, pedonale e collegata alle piazze di Bari Vecchia. Così, divenendo accessibile e centrale, sarebbe diventato un centro di attrazione, di giorno per i negozi, di sera per il cinema. Ma anche un interramento necessitava di risorse pubbliche ingenti. Lo studio dimostrò alla fine la «non fattibilità» dell'intervento da parte di privati.