Venezia. Una cosa è chiara, a meno di quattro mesi dallinaugurazione: quello che sta sorgendo a Punta della Dogana non è un museo darte contemporanea, è lautoritratto di Frangois Pinault. Lo dice pari-pari lamministratore delegato e direttore di Palazzo Grassi Monique Veaute, incontrando i giornalisti assieme allassessore Mara Rumiz per fare il punto sulla gestazione della nuova creatura del magnate francese del lusso. Notizie nuove, poche, e più in là ve le riassumeremo. Ma quello che emerge con forza dal racconto è la figura potente del magnate francese del lusso, la sua forza creatrice applicata, ora, alle cose dellarte. E appare altrettanto chiaramente, grazie alla soave franchezza di Madame Veaute, che Pinault i suoi collaboratori non li assume, li conquista. E poi se li trascina dietro, utilizzandone le indubbie qualità per definire meglio il suo disegno, per calibrare le sue scelte. Ma è lui che arriva ogni due settimane in città per visitare il cantiere, incontrandosi con larchitetto Tadao Ando, ma prendendosi lultima parola anche sui dettagli, dal colore di un tubo allinstallazione di un neon. Ed è lui che, in splendida solitudine, sta decidendo quali opere portare a Venezia, della sua sterminata collezione (2500 pezzi), con lassistenza di Francesco Bonami, già direttore di una discussa Biennale e curatore della controversa mostra "Italics", in corso a Palazzo Grassi, e di Alison Gingeras, giovane curatrice delle ultime rassegne veneziane. E Venezia, in tutto questo? Anche Venezia devessere conquistata, e questo è lincarico che Pinault ha affidato allintelligenza e allo charme di Monique. E così, dopo Cacciari, è stata conquistata, almeno stando alle critiche di Italia Nostra, anche la soprintendente Renata Codello, che secondo le dichiarazioni del professor Gherardo Ortalli a un quotidiano locale, a Venezia ormai «autorizza di tutto», in buona compagnia con la Salvaguardia. Daltro canto, come darle torto, quando accadono episodi come quello raccontato ieri dalla direttrice: «Non cè volta che monsieur Pinault venga a Venezia senza che incontri la soprintendente in cantiere, con larchitetto. Lei ha potuto seguire i lavori passo passo, e alle volte - come quando si trattava di decidere se lasciare i muri a vista o ricoprirli con una protezione la scelta è stata affidata direttamente a lei». Sicuramente conquistata, ieri a Palazzo Grassi, appariva anche lassessora al patrimonio del Comune Mara Rumiz, che si è presa lonere di replicare alle critiche dei protezionisti, definendo addirittura «esemplare» il monitoraggio costante assicurato dai francesi al cantiere di Punta della Dogana, e liquidando i loro rilievi come «inconsistenti»: «Gli impianti sul tetto? La Sovrintendenza non li voleva dentro, Italia Nostra non li voleva fuori: Ando ha risolto con un tetto ondulato, che li ha nascosti sotto una capriata. La sostituzione delle antiche porte di legno con moderne aperture di vetro e acciaio? Necessario per motivi di sicurezza, e poi le nuove sono un omaggio a Carlo Scarpa! Senza contare che quelle sostituite avevano solo ventanni, e comunque sono conservate in un deposito al Lido, assieme ai masegni della pavimentazione originale. Il Cubo, al centro dellultima sala? Un segno della contemporaneità, un gesto darchitetto, che oltretutto ripristina una vecchia struttura interna. E poi ricordiamo che Punta della Dogana era chiusa e, lasciata a se stessa da decenni, vivevo nellincubo che qualcuno ci buttasse dentro un cerino. Ora è stata recuperata, con grande rigore filologico. Purtroppo noi veneziani siamo sempre sospettosi verso le nuove iniziative, specie se vengono da fuori». Ma soprattutto lassessora ci teneva a ribadire la necessità e il dovere per Venezia di fare i conti con larte contemporanea: «Proprio la grande eredità artistica che abbiamo ricevuto dal passato ci impegna a proseguire e rilanciare il costante confronto con i maggiori architetti di oggi: valeva per il Ponte di Calatrava, vale ora per Tadao Ando a Ponte della Dogana. Finalmente non si potrà più dire che Venezia non fa nulla per il contemporaneo. Ma cè un altro aspetto che mi piace di questo progetto: finora in città le istituzioni culturali, pure di eccellenza, hanno sempre lavorato a compartimenti stagni. Monique Veaute invece ha messo al centro del suo lavoro proprio il fare sistema, potenziando le relazioni con lUniversità, lAccademia, i musei, le fondazioni». La direttrice cerca di conquistare anche i giornalisti veneziani: «Questa città ha tenuto a battesimo il collezionismo moderno, come ho appreso dai libri della Fondazione Venezia. Venivano qui ad esporre le loro raccolte artistiche da tutta Europa. Come fa ora Pinault». Qualcuno però fa osservare che alcuni le opere darte se le portavano via. «Vero, Napoleone ad esempio ha rubato tanto. Però va detto che è anche grazie a questo fenomeno che larte veneziana si è diffusa e ha acquisito prestigio in tutto il mondo». Quella di Pinault potrebbe dunque definirsi una forma di... restituzione? Certo, dopo laddio a Parigi il magnate francese poteva scegliere, come ha detto Monique Veatue, fra decine di inviti di altre grandi città del mondo. Ma optando per Venezia si è scelto il palcoscenico più prestigioso per far vedere al mondo quella che è forse la sua opera di cui è più fiero, appunto la mega collezione darte. Una collezione avviata nel 1971, acquistando un quadro di Paul Sèrusier che gli ricordava la nonna, e subito dopo un Mondrian, e poi via via accresciuta con gli esponenti dellarte povera, ma anche con i più quotati artisti internazionali, da Richard Serra a Jeff Koons, da Michelangelo Pistoletto a Takashi Murakami. Il criterio con cui li sceglie, spiega la Veaute, «è la creatività e la forza dellartista, non lappartenenza a questa o quella corrente, piuttosto la sua unicità e originalità. Io lo conosco da solo un anno e mezzo, ma sono impressionata dalla sua capacità di scelta: opta sempre per lopera più radicale, mai semplicemente per la più piacevole. E a Venezia porterà quelle che ama di più». Ma proprio per questo Pinault ora è molto combattuto, i curatori in attesa, e quindi il "contenuto" e lorganizzazione del nuovo museo ancora in alto mare, anche se resta confermato che lapertura al pubblico sarà il 6 giugno. Il numero delle opere dovrebbe aggirarsi sulle 3-400, ma su chi saranno i prescelti cè ancora buio fitto. «Cè un solo nome sicuro - spiega la direttrice - Sigmar Polke, perchè glielha promesso acquistando alcuni suoi grandi dipinti alla Biennale». Palazzo Grassi e Punta della Dogana saranno parte di un unico itinerario (quindi al momento non sono previste "specializzazioni"), ma questo comporterà che sul Canal Grande non vedremo più, almeno per alcuni anni, le grandi mostre storiche sui confronti fra civiltà. Anche questo lha deciso lo stesso Pinault, dopo aver staccato lassegno di 5 milioni di euro per "ROma e i barbari". É confermato anche che alcuni grandi artisti internazionali verranno in laguna a realizzare delle opere appositamente per il nuovo museo, o per partecipare ad incontri con studiosi di varie discipline sui grandi temi dellarte e della cultura, che è un altro degli aspetti a cui Monique Veaute tiene molto. Su queste iniziative è al lavoro anche un prestigioso Comitato scientifico, composto da Achille Bonito Oliva, Giandomenico Romanelli, Angela Vettese, Giuseppe Barbieri, Carlos Basualdo e Marino Folin. Ma anche loro dovranno relazionare a Pinault.