Lo Stato ha pagato 3 milioni un crocifisso di dubbia attribuzione La Consulta universitaria divisa sulla autenticità della scultura Nel 2006 la Cassa di Risparmio aveva già detto no per le perplessità di Mina Gregori Molti esperti di primo piano, anche stranieri (come Margrit Lisner, Frank Zoellner, James Beck), hanno infatti messo in dubbio che quella piccola opera, certamente di pregio, fosse di Michelangelo. E, vista anche lesistenza di vari altri crocifissi molto simili sebbene non così belli, ipotizzato che si trattasse piuttosto di unopera di bottega, di ottima mano ma pur sempre «seriale». Di «rispettabile serialità tardo-quattrocentesca», non a caso, parla Paola Barocchi al Venerdì, sottolineando come a mettere in guardia lo Stato avrebbe dovuto essere anche il prezzo pagato, «irrisorio rispetto alla pretesa attribuzione». A sentire gli antiquari, infatti, un autentico Michelangelo, sia pure giovanile, costerebbe sul mercato decine di milioni. Mentre se quello acquistato non fosse del grande artista, lo Stato lo avrebbe letteralmente strapagato. Ma appunto: vista lincertezza dellattribuzione, denuncia adesso la Cun.Sta, perché lo Stato si è lanciato in unoperazione del genere? La stessa Barocchi era stata decisamente esplicita: «numerosi», ha detto, sono gli «interrogativi» aperti sulla «opportunità di una spesa pubblica che, nelle gravi carenze economiche delle nostre istituzioni museali, aggiunge unopera insignificante al nostro ben noto e qualificato patrimonio artistico». Quel che è certo, sostiene adesso anche lautorevole organo di rappresentanza degli storici dellarte universitari, è che «non sarà lacquisto di una singola opera» dallidentità «assai discussa», a «riabilitare o, peggio, occultare, la «catastrofica» politica dei beni del governo Berlusconi, caratterizzata da una crescente «riduzione dei fondi ordinari per il funzionamento» e da un «abbandono del ruolo dello Stato sulla tutela e la conservazione del patrimonio culturale». Insomma: «Le drammatiche condizioni in cui versano i musei, le soprintendenze, le biblioteche, gli archivi», dice chiaro il direttivo della Cun.Sta, «richiedono ben altre strategie di finanziamento e reclutamento». E che «al culto mediatico di presunti capolavori isolati, subentri una vera coscienza del ruolo fondante che il patrimonio culturale diffuso ha allinterno dellidentità nazionale». Un richiamo alla cautela e alla morigeratezza, ma soprattutto alle ragioni di una politica dei beni culturali davvero «strutturale», ancorché di scarsa immagine. Alla cautela, del resto, già nel 2006, si era ispirata la Cassa di risparmio di Firenze, a cui lantiquario torinese Giancarlo Gallino, proprietario del crocifisso, aveva in prima istanza proposto lacquisto. Ma che, dopo lunghe trattative sul prezzo (ridotto a 3 milioni dai 15 richiesti in un primo tempo) alla fine aveva respinto lofferta. Forte dei dubbi di unaltra storica dellarte di rango, Mina Gregori. Che ora spiega: «Lopera era certo molto bella, e il prezzo era stato molto ridotto. Ma restavano dubbi per spendere anche solo quella cifra». Come mai, pochi anni dopo, la parte pubblica non ha avuto gli stessi scrupoli? Gregori suggerisce ora allo Stato, «se non ha già finito di pagare il crocifisso, di rimettere sul tavolo tutti gli elementi non convincenti», e insomma di pensare, «se fosse il caso, anche di restituirlo». E mentre il documento degli storici dellarte sta girando lItalia, cè chi si chiede se lacquisto del crocifisso non rappresenti, addirittura, un danno erariale.