Fra qualche mese in agosto, per essere precisi Adriano La Regina andrà in pensione e non sarà più il Soprintendente archeologico di Roma. Si è insediato nel 1976. E in ventott'anni ha assistito, arrabbiandosi molto, alle traversie che ha subito il nostro patrimonio. Ha visto sfiorire, salvo che per brevi parentesi, «quel primato che l'Italia ha accumulato nei secoli e che è andato a formare un modello che tutti nel mondo ci invidiano e che per l'intero Novecento tutti hanno tentato di copiare». Quel primato consistente in alcuni principi cardinali della tutela storico-artistica: «Il principio per cui anche i beni culturali privati sono di interesse pubblico, quello per cui sono pubblici i beni rinvenuti nel sottosuolo. O, ancora, la concezione unitaria della tutela, affidata alle soprintendenze. Il legame stretto che esse hanno sempre garantito fra musei e territorio». È dunque l'interlocutore ideale per chiudere questo breve viaggio nel malessere che affligge la salvaguardia in Italia. L'ultima arrabbiatura risale a qualche settimana fa, quando La Regina ha scoperto che un finanziamento, promesso da tempo, si era perso per strada. Riguardava lo scavo della Domus rinvenuta durante i lavori del Giubileo per la costruzione della rampa che avrebbe condotto al parcheggio del Gianicolo. Ma ciò che ha fatto infuriare La Regina non è tanto il danno, quanto la beffa: «Un po' di soldi sono arrivati, ma bastano solo per avviare i lavori, non per portarli a termine. E poi che facciamo? Non possiamo iniziare uno scavo così delicato sapendo che dovremo lasciare tutto a metà». La vicenda della Domus è carica di simboli per il Soprintendente. Chi fuori di Roma ancora non lo conosceva, in quell'estate del '99 scoprì quanto potesse essere ossuto e pieno di spigoli un archeologo cui lo Stato ha affidato la tutela dei suoi tesori. La Regina ha fronteggiato una ventina di ministri e otto sindaci. Lo hanno chiamato "il signornò". Ma durante la sua gestione è stata riaperta la Domus Aurea, sono stati allestiti Palazzo Massimo e PalazzoAltemps, recuperata la Villa dei Quintili sull'Appia. E il nome di Roma è tornato a brillare associato al suo prezioso patrimonio archeologico. La Regina è anche uno dei pochi che si espongano. E non è semplice per un Soprintendente: chi occupa cariche dirigenziali può essere rimosso e non sono infrequenti le lettere di richiamo, le minacce di sospensione, le ingiunzioni a mandare smentite ai giornali. Cosa ne sarà, professor La Regina, delle Soprintendenze e in genere della tutela in Italia? «Il futuro è purtroppo prevedibile. In queste strutture non si assume da anni e il mancato ricambio provocherà il loro progressivo esaurimento. Fino agli anni Settanta, quando i concorsi si bandivano con regolarità, i nostri ruoli erano il serbatoio dal quale attingevano le università. I saperi circolavano. Ora invece l'età media si è molto alzata, un amministrativo può assurgere ai ruoli tecnici con corsi di riqualificazione e, se le cose dovessero rimanere cosi, non è difficile immaginare fra una decina d'anni un terribile collasso». Ma c'è una logica, anche perversa, in questa politica dell'abbandono? «Una logica? Non so se si possa chiamare logica l'obiettivo della minor spesa, sempre e comunque. Noi non arruoliamo, ma intanto le università allevano archeologi e storici dell'arte, si moltiplicano gli indirizzi di studio specifici nel settore della tutela. Lo Stato investe nella formazione senza attendersi nessun ritorno. E anzi spegne gli entusiasmi e apre per le nuove leve le porte dell' emigrazione». Eppure molti giovani laureati collaborano, anche se non stabilmente, con le Soprintendenze. «È vero. Ma per fare cosa? Noi ci serviamo di cooperative giovanili per la catalogazione del materiale, per alcune ricerche specifiche. Ma per la tutela questo non è possibile. Tutelare significa assumersi responsabilità giuridiche, oltre che scientifiche. Io conosco molti archeologi o architetti che ancora traggono motivazioni fortissime dal lavoro che svolgono. Ma al varo dell'ennesimo condono edilizio ho anche sentito dire: e allora condonatevi tutto». Mi permetta di insistere. A chi giova svilire e svuotare la tutela di quanto l'Italia ha prodotto di bello? «Io nutro molti sospetti. Ma uccidere è un reato ben definito, con un responsabile che non è diffìcile individuare. Qui si sta lasciando morire un patrimonio di competenze. E la colpa finisce per non essere di nessuno. Abbiamo chiesto e ottenuto orari di apertura più lunghi nei musei. Ma ora, con i finanziamenti che si riducono, facciamo salti mortali per poterli rispettare. Ecco cosa significa lasciar morire: a un certo punto li chiuderemo. E forse qualcuno se ne accorgerà». È un'ipotesi troppo azzardata quella di immaginare un progressivo svuotamento delle strutture statali perché avanzi una mercificazione del nostro patrimonio? «I modelli sono sempre funzionali agli obiettivi. Se l'obiettivo, come dicevo prima, è quello di non spendere, o di spendere sempre meno, allora il modello è quello del Museo Egizio di Torino, ora retto da una Fondazione, cui lo Stato l'ha concesso in uso. Il consiglio d'amministrazione è formato da nove membri, uno dei quali, ma solo uno, appartiene al ministero per i Beni Culturali. Due sono nominati dal ministro, uno dalla Regione, uno dalla Provincia, un altro dal Comune. Gli altri tre sono indicati dalle banche. Il consiglio nomina il direttore, che non è un illustre egittologo proveniente da Oxford. Anzi può benissimo non essere un egittologo. Ed egittologo è solo uno dei sette membri del comitato scientifico, che per altro ha una funzione molto subordinata al consiglio d'amministrazione». Anche per i musei archeologici di Roma si parla con insistenza di Fondazioni. «Il nuovo regolamento del ministero, non ancora definitivo, ma comunque approvato dal Consiglio dei ministri, prevede che si possano sopprimere le due Soprintendenze autonome, quella di Pompei e quella archeologica di Roma. Per quanto riguarda noi, l'ipotesi che si prefigura è questa: a una Fondazione verranno concessi in uso i pezzi ritenuti più produttivi, come il Colosseo o il Museo Nazionale Romano, mentre tutto il controllo e la tutela passeranno alla Soprintendenza regionale, attualmente guidata da un architetto, ma di cui in futuro sarà il ministro a nominare ilresponsabile, scegliendolo anche fuori dal ministero». E tutto ciò che conseguenze avrebbe? «Da più parti si dice che i nostri beni sono sottoutilizzati. E dunque i musei o il Colosseo, che è già visitato da due milioni di persone ogni anno, potrebbero essere spremuti per accumulare profitti e usati anche per ricevimenti o sfilate di moda. Ma l'aspetto che più mi inquieta è quello della tutela». Perché la inquieta? «Perché è forse il vero obiettivo di questa norma. Lei immagina cosa vuol dire consegnare l'archeologia romana a un non archeologo? La tutela verrebbe sottratta a un organo periferico dello Stato, dotato di forte autonomia e in grado di vigilare attentamente su tutti i progetti che possono mettere a rischio il patrimonio archeologico che Roma custodisce. E verrebbe affidata la tutela a una struttura che potrebbe avere una caratura politica ed essere più soggetta a pressioni, con dirigenti che se non graditi vengono rimossi». Un ultimo capitolo: le alienazioni. Il ministro Giuliano Urbani rassicura: niente di culturalmente pregiato verrà venduto. Lei si sente tranquillo? «Questa gran fretta di cedere immobili appartenenti allo Stato mi ricorda il precedente della vendita dei beni ecclesiastici subito dopo l'Unità d'Italia. Allora le spinte furono fortissime e sostenute da un ceto di nuovi ricchi con grandi disponibilità finanziarie. E così, insieme a edifici diventati scuole, ospedali, carceri, molto di quel patrimonio finì nelle mani più diverse, con risultati disastrosi per la loro conservazione. Adesso si sta verificando un fenomeno analogo: lo Stato ha un enorme patrimonio, ma ciò che di esso fa più gola sono quei beni altrimenti non reperibili sul mercato. Sono le aree di maggior pregio, gli edifici nel cuore delle città, le torri saracene sulle coste. Cosa ne sarà, per esempio, dei grandi edifici ministeriali di via XX Settembre a Roma? E poi, prima di vendere qualcosa, ci si vuole accertare se, per esempio, un palazzo può essere adibito a un'altra funzione pubblica, per esempio a museo?» Pensa a qualche caso in particolare? «A Roma si è messo in vendita l'edificio del Poligrafico dello Stato in piazza Verdi. Lì un tempo si batteva moneta. Ora non serve più. Ma noi possediamo l'enorme collezione numismatica di Vittorio Emanuele III che è smembrata in varie sedi. Non sarebbe quella la sede ideale per farci un Museo della moneta, come ce ne sono anche in Spagna e in Francia? No, la prima idea che viene in mente è quella di vendere. Ma non è il solo caso. Il Comune di Roma mette in vendita per 130 miliardi di vecchie lire il grande palazzo di via dei Cerchi, di fronte al Circo Massimo e al Palatino, dove un tempo aveva sede l'anagrafe elettorale. Lo comprerebbe una banca, che vorrebbe installarci una quadreria. Qualcuno sostiene che potrebbero sistemarvi la collezione Torlonia. Ma il principe sarebbe d'accordo? Non lo so. Intanto noi abbiamo circa mille casse del vecchio Antiquario comunale che in più di cent'anni non si è mai saputo dove sistemare. Non sarebbe quello il posto migliore? No, noi siamo considerati delle anticaglie, portatori di una cultura pedantesca».
la Repubblica
24 Marzo 2004
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FR
Francesco Erbani
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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