SAN FREDIANO. «Sembravano più legna buona per il caminetto che oggetti sacri», dice ai suoi fedeli don Riccardo Nieri, proposto della chiesa di San Frediano a Settimo. Le panche sono tutte piene, tanti stanno in piedi, chi fa le foto e chi fa le riprese: una gioiosa atmosfera di festa. Un'assemblea così si vede nelle occasioni importanti, uno pensa subito; e infatti quella di oggi (sabato 7 febbraio) lo è. Non per nulla, alle spalle di don Riccardo, tra le varie autorità, c'è anche monsignor Giovanni Paolo Benotto, arcivescovo di Pisa. Arrivato per benedire due crocifissi lignei un tempo smarriti e ora ritrovati, due finissimi oggetti devozionali dal percorso travagliato e tortuoso: prima, "in illo tempore", arredi sacri di due monasteri femminili pisani messi in ambasce dalle truppe napoleoniche (per poter comprare un po' di cibo, le monache si videro costrette a vendere le loro cose, crocifissi compresi); poi arredi dimenticati lasciati a prender polvere nella canonica chissà per quanto tempo; poi improvvisamente e per caso ritrovati dal proposto in mezzo ad altra roba di ben minor valore. Ora eccoli lì, riconsegnati, grazie alle abili mani della restauratrice Elena Burchianti, al loro antico splendore, al loro originario utilizzo. "Antico" nel vero senso della parola, mica tanto per dire: il crocifisso più vecchio è del Trecento, e ora si trova all'interno di una nicchia appositamente recuperata e adattata; l'altro, più grande, del Settecento, è stato collocato sopra l'altare maggiore. Insomma una scoperta in piena regola, quella di don Riccardo. Era lì che metteva un po' d'ordine, ed ecco che tra le mani si ritrova queste due perle. Due gioielli che se prima del restauro sembravano legna da bruciare, ora che sono stati ripuliti e sistemati «diventeranno - spiega la dott.ssa Mariagiulia Burresi della Soprintendenza di Pisa, la specialista che ha diretto i lavori - un punto di riferimento per chi si interessa di arte lignea». «Il crocifisso più vecchio era anche quello peggio conservato», spiega Elena Burchianti. «Il legno era divorato dai tarli, le dita delle mani e dei piedi erano distrutte, la bella acconciatura arricciata del Cristo era del tutto invisibile, saturata com'era da strati di gesso e vernice scura. Scegliere come intervenire non è stato facile. Più del 60 del corpo del Cristo non era recuperabile. Bisognava suggerire una corretta fruizione dell'opera senza falsarne la natura. Abbiamo deciso di creare un collegamento cromatico tra le isole di colore originale rimaste, in modo da restituire una visione d'insieme non frammentata, ma senza eccedere. Cercare di cancellare del tutto il segno che il tempo lascia sulle opere d'arte è sempre una forzatura». «Il crocifisso trecentesco», spiega Mariagiulia Burresi, ha una croce arborea a forma di T; la postura del Cristo è quella tipica dei crocifissi dolorosi di quel periodo. Lo scultore, probabilmente un seguace di Giovanni Pisano, realizza un Cristo con braccia molto alzate; il fisico è molto pendente;le ginocchia sono piegate; le sue membra tese rendono palpabile la percezione del dolore». Del crocifisso settecentesco la Burresi elogia in particolare «l'anatomia perfetta e sensuale. La faccia del Cristo è rovesciata all'indietro. Una posa statica che ricorda lo stile dello scultore carrarino Andrea Vaccà. È probabile che l'autore appartenesse al suo atelier». Andrea Lanini
ITOSCANA - CROCIFISSI RITROVATI Tesori del 300 e 700 testimoni della fede nei secoli
Sabato 7 febbraio, don Riccardo Nieri, proposto della chiesa di San Frediano a Settimo, ha tenuto un'assemblea per la benedizione di due crocifissi lignei ritrovati. I crocifissi, che erano stati smarriti e poi dimenticati, sono stati restaurati dalla restauratrice Elena Burchianti e sono stati riconsegnati alla chiesa. Il crocifisso più vecchio, del Trecento, è stato collocato in una nicchia appositamente recuperata e adattata, mentre l'altro, più grande, del Settecento, è stato collocato sopra l'altare maggiore.
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