Ritrasse scene di strada e di taverna, zingare, spadaccini e musicanti Al grande pittore francese che visse a lungo a Roma, è dedicata a Nantes una rassegna che ne esalta il vigore Arrivò nella città dei papi dopo aver visto le opere di Tiziano, Veronese e Tintoretto Nellestate del 1613 giunse a Roma, da Costantinopoli, un giovanotto ben nasuto e di fiero aspetto; e vi dimorò per quattordici anni prima di tornare a Parigi, dove era nato, e aprirvi un nuovo capitolo della sua feconda vita dartista. Ventitré anni; ma ne aveva già viste, Simon Vouet, di tutti i colori. Figlio darte, era stato, appena quindicenne, mandato a Londra a ritrarre i vezzi di una dama di gran lignaggio; e in Turchia, con lambasciatore di Francia, aveva ritratto il sultano Ahmed I. Era di là che arrivava a Roma, con una sosta a Venezia per guardare Tiziano, il Veronese e il Tintoretto. E nella Roma dei fastosi papi Borghese e Barberini fu un pittore indipendente, che si cercava le commesse e faceva quel che voleva. Tuttaltra vita fu quella del suo secondo ed ultimo periodo che durò ventidue anni, dal 1627 alla morte, nellanno della Fronda. Perché in patria, dove era stato richiamato dautorità, fu pittore di corte, il preferito di Luigi XIII, e (in competizione con Rubens) della regina madre Maria dei Medici, con un rango e una figura non diversa da quella del suo contemporaneo Velazquez a Madrid. Così avviene che in Francia Simon Vouet è un pittore maiuscolo, il più eminente, per stima universale, della prima metà del Seicento. Mentre da noi la sua immagine rimane un po sbiadita, o per dir meglio stenta a emergere dalla ressa di artisti dogni paese che nella città dei papi (e di tanti grandi modelli) tiravano a campare sperando di far fortuna. Molto utilmente, pertanto, si vuole adesso in Francia mettere in giusta luce anche il primo Vouet, vissuto a Roma ma da noi misconosciuto. Liniziativa parte da un accordo fra due grandi musei regionali, con una mostra («Simon Vouet - gli anni italiani») aperta a Nantes fino al 23 febbraio, e a Bésançon dal 23 marzo a tutto giugno. Il Caravaggio, nel 13, è morto da tre anni, e il caravaggismo anche a Roma già imperversa, e in più salse. Si fa, in quel clima, Vouet caravaggista anche lui, ma alla sua maniera, serbando tratti propri e inventandosene altri. E soprattutto dimpronta caravaggesca è il repertorio di tipi umani e soggetti: scene di strada e di taverna, zingare che ti leggono la buona ventura nella mano, e intanto ti derubano o sono derubate (ne troviamo due in mostra, dal Palazzo Barberini e dal Canada); spadaccini di mestiere, musicanti di strada, ragazze di piacere che blandiscono il ganzo o vezzeggiano un cliente... Lo sfondo tenebroso, il contrasto violento di luci ed ombre... E poi ritratti, fin dal principio avvincenti per spontaneità, resa del carattere e sveltezza della fattura. Fra i tanti in mostra spicca un piccolo ma squisito dipinto (prestato dal Louvre) degli esordi romani: quel Ritratto di un giovane (1616), ben sicuro di sé, che dallalto di un gran colletto alla moda, increspato "a lattuga", si gira a fissarti dritto negli occhi, come per sfida. Col passare degli anni (non tanti) il ventaglio dei "generi" si estende e diversifica. Del 1621, è in mostra la prima pala daltare, La natività della Vergine, una commessa dei frati di San Francesco a Ripa. Del 22 il San Girolamo con lAngelo della National Gallery di Washington, e la monumentale Circoncisione del Museo di Capodimonte, che è forse lopera più ambiziosa dellintero periodo italiano. E già nel 21 per la chiara fama raggiunta, Simon Vouet era stato chiamato a Genova da un grande mecenate, Gian Carlo Doria, e vi aveva lasciato, in sei mesi, dipinti insigni, fra cui La Maddalena con gli angeli e il San Sebastiano curato da Irene. Nel 23 è fatto papa un Barberini col nome di Urbano VIII, e per Vouet è un altro passo avanti. Perché il nuovo papa, che da cardinale ben lo conosce, lo fa subito chiamare; e gli son commessi per San Pietro il San Pietro cura gli ammalati con la sua ombra, ora agli Uffizi, e una gran pala con la Gloria degli strumenti della Passione, da tempo perduta, ma di cui restano (sono esposti) sontuosi bozzetti. Di pari o maggior risalto è tutta lopera profana, allegorie come La Carità romana e LIntelletto, la Memoria e la Volontà, della Pinacoteca Capitolina; scene di storia e mitologia (Amore e Psiche, Davide e Golia, La Morte di Lucrezia...) e, in quantità quadri da cavalletto: figure maschie e muliebri che in parte sono ritratti veri, di persone viventi, in altra parte, si direbbe, ritratti per metà. Perché tra le tante Maddalene col teschio e Sante Caterine ve nè che sono, più che oggetti di devozione, chiari omaggi al fascino carnale del modello, e forse anche pretesti per accontentare questa o quella fresca sposa o ragazza da marito. Rappresentarsi come Maddalena pentita non può infatti passare per promessa di cambiar vita? E come Santa Caterina (per via delle sue "nozze mistiche con Gesù") per voto o auspicio di un matrimonio come si deve? In tutti questi versanti salta allocchio lapertura dellintelletto e la ricchezza del carattere: come lo spurio ma anche stretto caravaggismo degli esordi si va presto ammorbidendo, e al contatto di altre esperienze larte di Vouet muta via via pelle e sostanza, fino ad incamminarsi decisamente verso il barocco. Fin dai primi anni è evidente il frutto del suo guardare ai bolognesi: da lontano ai due Carracci ancora in vita, da vicino al Guercino, che nel 21-22 era a Roma, ed affrescava la sua Aurora nel casino della Villa Ludovisi. E poi il Correggio, ed ancora veneti e veneziani. Cerano a Roma, in quegli anni, anche tanti francesi: Valentin de Boulogne, Charles Mellin, Claude Lorrain... e sul finire, anche il Poussin. Tutti amici; ma non era quella la sua famiglia. Figura dominante, Vouet si teneva stretta una sua cerchia di allievi, simpatizzanti, consanguinei, e colleghi che lammiravano, come Claude Mellan, che traduceva i suoi dipinti in acqueforti da diffondere, e Claude Vignon. La chiamata a Parigi, per quanto lusinghiera, non lo fece saltare di gioia. A Roma stava, si può dire, come un topo nel formaggio: aveva casa, conoscenze, una moglie giovane, Virginia, che era italiana e pure pittrice di qualche talento, con un figlio lattante ed un altro in arrivo. Aveva per mecenati cardinali, e gran signori, come Cassiano del Pozzo. Ed era pure, da poco, il Principe dellAccademia di San Luca... Pazienza! Al re, si sa, bisogna ubbidire. Ma si può anche, con garbo, darsi impedito e prender tempo. Cosa che Vouet non mancò di fare. E quando infine si decise a partire, trovò scuse per fermarsi ancora una volta a Venezia, e là vedere ancora, ed ancora dipingere. Di quella sosta sono in mostra il San Teodoro (o Alabardiere?!) del Louvre, che piacque al cardinale Mazarino, e (dal Prado) lallegoria del Tempo vinto dalla Speranza, lAmore, e la Bellezza: una festa di colori, movimento e beltà muliebre. E puro barocco veneziano: da fare invidia a Sebastiano Ricci.