Dopo il patrimonio immobiliare ed artistico italiano tocca a boschi, prati di montagna, pascoli, lembi di costa, proprietà collettive appartenenti alle varie comunità locali, che tra poco potrebbero diventare una nuova ed appetitosa occasione speculativa. Stiamo parlando delle aree ad "uso civico" o ad "uso collettivo". Se la proposta di legge di smantellamento di queste aree, attualmente al vaglio del Parlamento, andrà in porto, saranno cinque milioni in tutta Italia gli ettari di terreno a rischio svendita: il 15 per cento del territorio nazionale. Ma le cifre sono approssimate per difetto poiché non esiste ancora una mappa nazionale di questo tipo di aree, nonostante ci sia tutto il materiale necessario per redigerla. Solo in Toscana questo tipo di proprietà si estende per oltre 110.000 di ettari. Praticamente una provincia di media entità. I territori ad uso civico per secoli sono stati utilizzati per soddisfare i bisogni della comunità a cui appartenevano: pascoli, campi coltivabili, boschi da cui ricavare legna, selvaggina, acqua, cibo per la popolazione e per gli animali allevati. Un antico modo di possedere. Una nobile forma di gestione solidale e comunitaria. Di cui nel nostro paese è rimasta traccia importante. Gli usi civici sono le vecchie proprietà comunali che gli abitanti dei villaggi coltivavano ed utilizzavano durante l'epoca feudale. I nobili sfruttavano i feudi e i contadini potevano utilizzare degli appezzamenti di terra che non potevano, di regola, essere vendute. Il primo tentativo di alienazione delle aree ad uso civico avvenne in Toscana intorno al 1780. Con le Riforme Leopoldine i contadini si trovano di fronte all'ordine granducale di vendere queste terre. Tentarono di resistere. Le aree furono comunque vendute, ma i contadini, associandosi a piccoli gruppi, riuscirono a ricomprarle. Avvenne così una sorta di "riscatto del popolo". Ancora oggi esistono i "comunelli", cioè comunioni che riuniscono gli eredi dei compratori che acquisirono le terre riscattate. Ad oggi, l'ultima legge importante che regola il settore è del 1927. La bozza di testo unico del Ddl 406, attualmente giacente al Senato, riformerebbe completamente la materia in questione, raccogliendo proposte di legge sia del centrodestra che del centrosinistra. Con la sola eccezione di Verdi e Rifondazione Comunista, che si sono opposti. Prevede l'alienazione dei territori ad uso civico a fine puramente speculativo, sciogliendoli così da ogni tipo di vincolo ambientale che la precedente legislazione prevedeva e in questo modo privando le comunità interessate di un bene collettivo che ha un forte valore storico, ma anche simbolico. Legambiente lancia, anche attraverso queste pagine su Avvenimenti, una campagna in difesa degli usi civici che la legge all'esame del Senato vorrebbe cancellare. Una legge che ne vorrebbe mutare la natura e la funzione, inserendo nelle logiche di mercato un patrimonio di inestimabile valore storico, ambientale e paesaggistico. Il passaggio a proprietà comunali, visti i tagli ai bilanci degli enti locali, rischierebbe la loro definitiva alienazione ai privati. Se invece gli usi civici e le proprietà collettive restassero proprietà condivisa delle comunità locali, frazionali e comunali, potrebbero continuare a funzionare da presidio territoriale: il lavoro di manutenzione del sistema agro-silvo-pastorale che queste comunità svolgono è un servizio indispensabile per la conservazione dell'ambiente da dissesto idrogeologico. In sintesi la prospettiva dell'approvazione del disegno d'alienazione degli usi civici è doppiamente allarmante perché, da una parte, dimentica o sembra voler superare il concetto di bene pubblico a favore di quello privato e dall'altra pone in serio pericolo la conservazione delle aree private alla funzione di presidio territoriale che svolgono attualmente. Inoltre si tratterebbe di una legge palesemente incostituzionale perché non prevede alcuna forma d'indennizzo nei confronti dell'interesse pubblico, palesemente ignorato. Visto che nessuno comprerà mai boschi e pascoli se poi non potrà costruirci residence, alberghi, centri sportivi o altro di immediato ritorno economico, la vendita dei terreni comporterà altresì la necessaria caduta dei vincoli di tutela ambientale a cui i beni civici sono soggetti dalla precedente legge Galasso (l. 43185). Un disegno di legge che prevede già la sanatoria delle costruzioni abusive non potrà che avallare ogni forma di speculazione compresa quella edilizia. Questo significa che cinque milioni di ettari di aree naturali sono a rischio cementificazione. Quel che resta di un grande e antico patrimonio storico, culturale, sociale, naturale e paesaggistico verrà slegato dai vincoli ambientali e quindi abbandonato alla sorte o alla coscienza di qualche magnanimo imprenditore edilizio. Contro questo disegno di legge va combattuta una battaglia dura e coerente come contro il condono edilizio e contro la Patrimonio Spa, nel campo dei beni culturali. Da questo governo arrivano ogni giorno segnali sempre più allarmanti, che tendono ad erodere lentamente ed in silenzio qualsiasi idea di proprietà collettiva e di bene pubblico a favore di prospettive neoliberiste che fanno della logica del profitto l'etica del proprio agire. Di fronte a questi scenari anche singole lotte acquistano un valore diverso.
Difendiamo gli usi civici
Il governo italiano sta considerando la possibilità di smantellare le aree ad "uso civico" o "uso collettivo", che sono proprietà collettive appartenenti alle comunità locali. Queste aree includono boschi, prati di montagna, pascoli e lembi di costa, e coprono circa il 15% del territorio nazionale. La legge attuale prevede che queste aree siano utilizzate per soddisfare i bisogni della comunità a cui appartengono, ma il governo vuole alienarle e venderle ai privati. Questo potrebbe portare a una significativa perdita di terreno pubblico e a una minaccia per la conservazione dell'ambiente.
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