Negli ultimi due anni le decurtazioni sfiorano il 40: si può andare avanti così? Ritengo doveroso aprire un dibattito sui tagli apportati ai bilanci delle nostre istituzioni culturali e delle conseguenze che ne stanno derivando. Le polemiche che hanno accompagnato il varo del nuovo Codice dei Beni Culturali e il disegno di riordino del ministero Bac hanno infatti coperto le voci di quanti lamentano l'umiliante insostenibilità delle situazioni quotidianamente affrontate dalle diligenze, dal personale e dagli utenti di archivi, biblioteche, musei, e soprintendenze nazionali. De facto negli ultimi due anni, le drastiche decurtazioni operate sulle finanze statali e locali hanno reso ancor più difficili le condizioni già poco floride in cui esse operano. In particolare, la scure si è abbattuta sui trasferimenti riservati alla copertura delle spese ordinarie sostenute nell'esercizio delle gestioni correnti, in termini talvolta superiori al 40 per cento. Decine di istituzioni hanno sospeso i pagamenti o si sono indebitate per onorare i contratti e gli impegni assunti in passato (sarebbe interessante confrontare l'entità dei risparmi ottenuti con l'ammontare degli interessi passivi e di mora), altre hanno sospeso o limitato l'erogazione di taluni servizi (nel momento in cui passano gli standard museali e la Biblioteca nazionale di Firenze vara un'eccellente carta dei servizi). Purtroppo non si tratta della sceneggiatura di un nuovo business game (fai funzionare un archivio con 1.000 euro al mese) o del format di un bizzarro reality show (sopravvivi per 100 giorni con tre paleografi, due medievisti, quattro storielle dell'arte e un collezionista di legature nei bagni di una biblioteca in cui non puliscono da agosto). Meno di un anno fa diversi archivi hanno minacciato una serrata di protesta, denunciando le condizioni surreali in cui erano e sono costretti ad agire, ma la situazione non si è sbloccata. Anzi, pochi mesi or sono Antonio Paolucci, ex ministro della Repubblica e direttore di uno dei primi cinque musei del mondo, è dovuto andare a Roma, col cappello in mano, a batter cassa per tacitare i creditori del Polo museale fiorentino. Vi immaginate cosa accadrebbe se Philippe de Montebello venisse protestato dai fornitori di carta igienica del Mei o se Henri Loirette trovasse sigillati gli accessi del Louvre ? Non si realizza che le istituzioni culturali sono una delle prime lenti attraverso cui il mondo ci scruta? Che in un'epoca schiava della passione per la comunicazione e il gioco del pallone, risparmiare dieci milioni di euro facendo una figura barbina di fronte a milioni di stranieri (visto che l'amor proprio non basta) è un autogol in rovesciata da metà campo siglato in mondovisione? Inoltre, i tagli operati sui fondi destinati alla gestione corrente sono caduti in concomitanza con la fine dell'imponente programma di investimenti di recupero intrapreso lo scorso decennio, Mai come negli anni '90 ci si è prodigati per restaurare, riaprire e valorizzare. Tuttavia, se oggi i soldi non bastano neppure per garantire il funzionamento minimo delle istituzioni esistenti, chi mai garantirà domani quello delle decine di sedi prossime alla riapertura? Verranno chiuse dopo pochi giorni, per fallimento? Ad aggiungere sale sulle ferite giungono altri segnali negativi. Lamento da anni il pessimo trattamento retributivo riservato a quanti operano nel settore dei beni culturali, a fronte di una preparazione e di una professionalità che la comunità scientifica internazionale riconosce senza indugi. Tuttavia, il combinato composto basse retribuzioni-scadente qualità del lavoro (dove lo scadimento non coincide col contenuto delle mansioni, ma con le modalità sempre più affannose e precarie di svolgimento), ha trovato un pericoloso sbocco nella massiccia adesione al part-time. Se si considera l'elevato tasso di ginecizzazione del settore, si può intuire il generale consenso riconosciuto a una formula che sta indebolendo la dorsale umana che, sino ad ora, ha tenuto in piedi la baracca: i settimi, ottavi e noni livelli ministeriali e gli equivalenti inquadramenti degli enti locali. È un fatto preoccupante, perché il fenomeno è coinciso col blocco delle assunzioni altra misura restrittiva e coi pensionamenti causati dai timori di riforma del sistema previdenziale, rallentando o paralizzando il passaggio di consegne intergenerazionale. Ma l'interruzione del processo di trasferimento di competenze così idiosincratiche, accumulale in decine di anni di servizio, oltre a rappresentare una grave perdita per l'erario, che vede svanire gli investimenti sostenuti per formare gli operatori in uscita, rischia di pregiudicare il futuro stesso delle istituzioni, costrette a reintraprendere da capo un lento e costoso processo di riaccumulazione dei saperi perduti. Se questa è l'era dell'economia della conoscenza, pensiamo a forme di risparmio meno diseconomiche.
Beni culturali, tagli non d'autore
Negli ultimi due anni, le decurtazioni sulle finanze statali e locali hanno reso le istituzioni culturali ancora più difficili da gestire. Le scorte sono state drasticamente ridotte, con trasferimenti riservati alla copertura delle spese ordinarie che sono caduti al 40%. Decine di istituzioni hanno sospeso i pagamenti o si sono indebitate per onorare i contratti e gli impegni assunti in passato. Alcune hanno sospeso o limitato l'erogazione di servizi. I lavoratori del settore dei beni culturali hanno un trattamento retributivo pessimo e una qualità del lavoro scadente, che ha portato a una massiccia adesione al part-time.
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