Per la verità non si tratta di lapidi: basta affrontare la lunga scalinata che porta al primo piano del Vittoriano. Sono due semplici lastre di plastica trasparente (con una lunga scritta in caratteri rossi) bloccate alle pareti da quattro perni in acciaio. Nulla di grave né di irrimediabile. Soprattutto niente di perentoriamente marmoreo: infatti fino a oggi nessuno se n'era accorto. Eppure quelle due targhe hanno scatenato un vespaio. Il sottosegretario per i Beni e le attività culturali, Nicola Bono, ha annunciato che presto le rimuoverà perché «rischiano di banalizzare il prestigioso complesso monumentale...teoricamente di questo passo si potrebbero collocare decine di pannelli, targhe e altre testimonianze scritte da parte dei futuri titolari del Dicastero». Perché tanta foga? Alla fine di quella scritta c'è la firma dell'ex ministro Giovanna Melandri. Nel frattempo al ministero siede Giuliano Urbani. Ed è avvenuto ciò che era fatale accadesse: si fanno i conti col recente passato. Roma ha una secolare tradizione di tolleranza epigrafica e toponomastica alle spalle: i Papi «riciclarono» spesso i marmi dei Cesari ma non cancellarono mai le loro scritte sui monumenti. Così fecero i Savoia con i Pontefici. E così la Repubblica con i Savoia (il ponte Duca d'Aosta ancora così si chiama) e persino col fascismo: la scritta «Mussolini Dux» doverosamente resta dov'è al Foro Italico perché ne fa integrante parte architettonica. Il fatto è che la scritta al Vittoriano può attirare indubbiamente molte critiche. Un restauro è, fino a prova contraria, un restauro. In altri Paesi fa parte della normale attività di un dicastero chiamato a tutelare i Beni culturali. Solo in Italia (e certo non solo da parte dell'ex ministro Melandri) si sente il bisogno di celebrare un ripristino che altrove sarebbe stato un atto di ordinaria amministrazione. Cosa avrebbe mai dovuto scrivere il corrispettivo ministro britannico inaugurando quella meraviglia che è, a Londra, la grandiosa Tate Modern? Con ogni verosimile probabilità sarebbe meglio lasciare alle lapidi sui monumenti ciò che è delle lapidi sui monumenti: testimoniare momenti autenticamente storici che nessun ricambio politico potrebbe (né dovrebbe) cancellare. La scritta al Vittoriano invece è quella che è: la cronaca, come si è detto, di un restauro. Per fortuna è trasparente e il materiale (la plastica) sembra fatto apposta per un rapido deterioramento. Detto questo, la rimozione di ciò che porta la firma di un ex ministro ha inevitabilmente un sapore culturalmente spiacevole. Ricorda la famosa dannazione della memoria. Svela il desiderio di cancellare la traccia di chi si è comunque impegnato, in passato, in un ufficio amministrativo e politico. Se quelle due targhe sfiorano l'autocelebrazione, altrettanto vero è che la regola liberale è nota: una democrazia dell'alternanza è compiuta quando una maggioranza sostituisce un'altra senza avvertire il bisogno di negare ciò che di buono la prima ha lasciato in eredità. Perché il restauro del Vittoriano è senza il minimo dubbio un eccellente risultato ottenuto dalla Melandri che dovrebbe far piacere anche a Nicola Bono, visto che c'è di mezzo la storia della Patria. Nonostante qualche retorica «didascalia» di troppo.
Non esageriamo con le lapidi
Il Vittoriano a Roma ha due targhe di plastica trasparente con la firma dell'ex ministro Giovanna Melandri. Il sottosegretario per i Beni e le attività culturali, Nicola Bono, ha annunciato che le rimuoverà perché potrebbero banalizzare il complesso monumentale. La decisione è stata criticata per essere un esempio di "dannazione della memoria". La scritta è stata lasciata in eredità dal passato e non dovrebbe essere cancellata. Il restauro del Vittoriano è stato un risultato positivo ottenuto dalla Melandri e dovrebbe essere rispettato. La decisione di Bono è stata vista come un esempio di "alternanza" politica, ma la critica sostiene che la memoria storica dovrebbe essere rispettata.
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