A metà Settecento, Carlo di Borbone affascina l'intellighenzia di tutt'Europa con i tesori dissotterrati alle falde del Vesuvio. Nel 1832, Ferdinando II inaugura sul Garigliano un temerario ponte di ferro, il secondo mai costruito. Un secolo dopo, l'intera cultura occidentale guarda a Palazzo Filomarino. Nel 1962 nasce il Ligb, istituto di ricerca biologica di fama mondiale. E, ieri, il magnifico Muti e lo splendido San Carlo. Naturalmente, Napoli ha sempre avuto le sue eccellenze. E tuttavia su una simile ovvietà si continuano a costruire immagini fittizie, che occultano le ragioni dell'attuale crisi e finiscono per assolverne i responsabili. Da una parte, la retorica delle eccellenze trabocca manieristicamente nell'ottimismo, quasi bastasse un Nobel per fare Harvard. Dall'altra, scivola nel pregiudizio antropologico, che addebita alla solita plebe niceforiana l'evidente irrilevanza degli eccellenti di fronte ai gravi malanni di Napoli. Come dire che non si può costruire la civiltà nel bel mezzo dell'inciviltà. Molto meglio sarebbe, rispetto agli stereotipi elitisti o culturalisti, se si mettesse mano alla storia. La quale suggerisce con buona evidenza che, in una Napoli incapace di sviluppare una società moderna e dinamica, molto ha pesato l'assenza dello Stato e delle sue funzioni di disciplinamento e, al tempo stesso, la presenza di una politica straordinariamente invasiva. È questa politica che l'ha trasformata in un serbatoio di consensi clientelari e, così facendo, ha succhiato dalla sua società civile energie strategiche, come la competizione e la meritocrazia. Poco Stato, poco mercato, troppa politica. Questo dice la storia. Certo, se si cancella il passato prossimo e ci si rifugia in una fatalistica longue durée, l'impressione di un corpo immobile, sempre uguale a se stesso, è forte. Ma, visti da vicino, i difetti di Napoli hanno nomi e cognomi. E tempi precisi come l'orologio. Negli ultimi decenni, rispetto a Barcellona, Valencia, Marsiglia, Istanbul, la società napoletana non ha avuto occasioni e spazi per crescere e fare cose utili. Al contrario, centinaia di migliaia di persone sono state come imbrigliate da leggi sbagliate e astruse, dall'inettitudine decisionale degli enti locali, dai tic ideologici della sinistra (che qui governa dal 1975), dal cinico quieta non movere del ceto politico. Diciamo la verità, neppure i valenciani o i marsigliesi sarebbero mai cresciuti se i loro amministratori non avessero costruito strade e piazze vivibili, se avessero impiegato un quarto di secolo per (non) fare un metrò, se avessero mummificato la loro urbanistica quasi fosse il Santo Graal. Oppure: in quanti visiterebbero oggi Bilbao, se i suoi sindaci avessero impiegato tre lustri per decidere la costruzione del Guggenheim e poi non l'avessero costruito affatto? Napoli non è la città delle eccellenze e della plebe brachiocefala. È il deserto di Bagnoli, le raffinerie dismesse e arruginite, gl'intoccabili quartieri spagnoli, i cantieri ventennali, le buche di via Marina, i negozianti strozzati dal racket. Troppo facile prendersela con Darwin.
NAPOLI - La retorica delle eccellenze
Napoli è una città con una storia ricca e complessa. Nel corso dei secoli, è stata influenzata da vari fattori, tra cui la presenza di Carlo di Borbone e la costruzione di ponti e edifici. Tuttavia, la città è anche afflitta da problemi come la mancanza di uno Stato forte e una politica efficace. Questo ha portato a una società civile debole e a una economia inespressione. La città è stata anche colpita da leggi sbagliate e da un ceto politico cinico. Il problema non è solo la presenza di "eccellenze" come Palazzo Filomarino, ma piuttosto la mancanza di uno sviluppo sano e di una politica che promuova la crescita e la meritocrazia.
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