Il manager lascia Santa Giulia dopo cinque anni e trentatré mostre da record Deluso dal nuovo sindaco: «Ho presentato 3 progetti, nessuna risposta. Neanche un "no grazie"» Domani ultimo giorno con la chiusura di «Van Gogh. Disegni e dipinti» che ha registrato oltre 210mila visitatori BRESCIA Soddisfatto, dispiaciuto, con nuovi progetti da presentare. Marco Goldin saluta Brescia dopo cinque anni di «Splendore dell'arte» e 33 mostre allestite in città con la conclusione domani di «Van Gogh. Disegni e dipinti. Capolavori dal Kröller-Müller Museum», che supererà i 210mila visitatori benché sia durata molto meno delle rassegne degli anni precedenti. Soddisfatto? «Nel 2003 sono stato chiamato per aiutare Brescia a uscire dal limite della sola immagine di città dell'industria. Abbiamo realizzato un grande progetto culturale articolato su tre filoni. Le grandi mostre: di notevole richiamo (2,5 milioni di visitatori), ma con un percorso scientifico preciso e opere importanti; la pittura italiana del '900 da Pirandello a Mafai e de Pisis ; la riscoperta dei tesori bresciani, a cominciare dalle collezioni della Pinacoteca Tosio Martinengo: abbiamo allestito 33 mostre in cinque anni». Il dispiacere? «Tra l'ottobre scorso e genn aio ho presentato alla nuova amministrazione comunale ben tre progetti, che credo interessanti e visto il momento anche dai costi diversi rispetto al passato. Non ho avuto alcuna risposta: almeno un "no grazie" mi sarebbe sembrato normale dopo 5 anni di lavoro in città. Ma è evidente che la scelta non è stata fatta in base alla mia capacità di lavorare». Del resto già la campagna elettorale dell'attuale sindaco Adriano Paroli aveva lasciato intendere che l'intenzione era quella di cambiare tutto, anche nelle scelte di politica culturale, rispetto al centrosinistra di Paolo Corsini ». I nuovi progetti? Altre grandi mostre, altrove? «Certo. Le grandi mostre traslocano, ma continuano. In ottobre, a Villa Manin (Udine) avremo "L'età di Courbet e Monet, realismo e impressionismo nell'Europa Centrale e orientale". Di un'altra rassegna importante annunceremo tra poche settimane contenuti e sede». Le accuse di aver fatto grandi mostre sì, ma "scollate" dalla città? Di aver costruito eventi popolari, non di cultura «alta»? «Credo che in questi cinque anni Brescia abbia cambiato pelle e immagine. Oggi è una città ben conosciuta e non solo in Italia come polo culturale. E nel tempo, i bresciani sono accorsi sempre più numerosi nei "loro" musei. Faccio mostre popolari? Sono ben contento che tanta gente venga a vedere dei capolavori. Però devo ricordare che, accanto a Van Gogh e Monet, abbiamo mostrato l'arte italiana del '900; tele di Millet mai viste in Italia, una mostra del tutto nuova sul periodo figurativo di Mondrian. Abbiamo avuto 400mila tra studente e scolari...» C'è un quadro-simbolo di questi anni? «I glicini di Monet, il riflesso capovolto tra acqua e cielo che chiudeva la prima grande mostra. È la pittura che trasforma una visione fisica in memoria, ricordo, dialogo interiore. È una sintesi di questi anni bresciani ma anche delle mie, personali, emozioni».